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www.rumoremag.com

I Putiferio provengono da diverse esperienze rumorose del nordest italiano (Lodio, Kelvin, Bluid, Huck, One Dimensional Man). Suonano un postpunk noise viscerale, urlato, pestato. Sono canzoni livide, tumefatte, gonfie di sangue, dalle ossa lussate, ma si rialzano sempre, come se non dovessero morire mai, e quindi fanno paura. L’attitudine è alla rissa, al martirio. Sono pezzi proiettati in avanti da una spinta insensata a farsi male. Come dei lemming verso il burrone, i quattro sono guidati da una musica feroce che potrebbe stare a metà strada tra la violenza suburbana degli Oxbow e la pesantezza sardonica dei Melvins, eppure più complessa e disperata, se possibile: “scrutinizing every lil piece of dirt” come diceva Cave. Dicono di loro: “Musica di Merda. Distorta”. Loro dicono: “Give peace a cancer”. Da avere. (9) Andrea Prevignano

www.blowupmagazine.com

Il Veneto, laboratorio privilegiato del noise italiano, ha prodotto un’altra scheggia impazzita di nome Putiferio. La band è un’alchimia di quattro elementi provenienti da esperienze diverse, tra cui si segnala Giulio Favero, produttore ed ex One Dimensional Man, qui impegnato alla batteria. !Ate Ate Ate” è un’operetta del caos in sette movimenti. La sua Natura Teatrale si sposa con un approccio decostruito e detonante, colmo di shellac.chismi furibondi e beffarde frantumazioni ‘now wave’ ma anche di soluzioni imprevedibili. Dalle citazioni di Give Peace A Cancer ai lirismi elettro-wave alla Mae Shi di Hate Ate 8, dalle percussioni di Holes Holes Holes a quella vera e propria poltiglia di espressioni musicali che riempie i tredici minuti di Putiferio Goes To War nulla può essere dato per scontato. Se manca un equilibrio i Putiferio sanno gestire questa situazione secondo le proprie direttive. Il loro esordio è un cortocircuito di pratiche noise che colpisce cervello, nervi e muscoli: ed è una disfunzione programmatica decisamente riuscita e divertente. (7/8) Fabio Polvani

www.rockerilla.com

Violentemente spiazzante e radicalmente ortodosso, ecco arrivare il “primo spasmo digitalizzato” (così recita il comunicato dell’etichetta) per il quartetto dei Putiferio, una combinazione dei sonorità volta a scardinare le noiose incrostazioni che intaccano il panorama musicale italiano. Decisamente accostabili alle annodate progressioni rock di ottime band d’oltreoceano come U.S. Maple e Melvins, i Putiferio talvolta sembrano accostarsi anche alle appassionate spirali introspettive degli Xiu Xiu od alle ipnotiche sperimentazioni di certa elettronica europea. Una band che ha ascoltato un sacco di musica e che ha di certo un occhio di riguardo per il lavoro della Wallace Records, per di più supportata da una label in ascesa come la Robotradio. (7/10) Michela Casella

www.buscadero.com

Nonostante siano attivi dal 2003, solo oggi arrivano ad esordire i quattro P UTIFERIO – tutti comunque membri di altre realtà del suolo italico – con Ate Ate Ate (Robotradio). Come il nome che si sono scelti può far intuire, il loro mondo sonoro non è certo fatto di carezze; lungi dall’essere una band che punta al caos fine a sé stesso però, nelle sette tracce dell’album i Putiferio tentano (riuscendoci) di dare una personale forma canzone agli acuminati intrecci strumentali che fuoriescono dalla loro fantasia, prendendo a modello alcune delle più celebri realtà noise statunitensi (dagli U.S.Maple ai Neurosis) ma cercando poi di rimescolarne gli ingredienti in una salsa ancor più speziata. Ne è un buon esempio la lunghissima Putiferio Goes To War, abilissima ad alternare intricati e matematici fraseggi, passaggi più sperimentali e momenti d’impatto, o l’eccellente Where Have All The Razors Gone?, potentissima e impreziosita dal sax del solito ed infaticabile Luca Mai. Ad ulteriore conferma dell’attenzione prestata alle “canzoni”, un buon lavoro sui testi, regolarmente presenti sia in inglese che in italiano nel libretto del CD. (3/5) Lino Brunetti

www.sodapop.it

Altro gruppo per il quale partivo prevenuto in base al nome e cri**o i**io non è un buon segno! Spero di non arrivare a commentare mai un gruppo in base alle scarpe o alla maglietta (dubito che succeda visto come sono mal vestito), altrimenti vorrebbe dire che pure io sono stato risucchiato dal gorgo dell'indie rocker medio a tutti gli effetti, piuttosto mi faccio tatuare la faccia di Frate Cionfoli sulla panza.
Ad ogni modo i Putiferio fra gli altri annoverano Giulio Favero che, oltre ad essere uno dei migliori fonici rock italiani, ha fatto parte dei One Dimensional Man ed ora dei Teatro Degli Orrori, ma non finisce qui visto che riconosco anche Woolter dei Kelvin e soprattutto degli Antisgammo (di cui non ero un fan, ma che posso vantare di aver visto almeno due volte) e Mirco che aveva servito nei Bluid, un gruppo grind con due o tre With Love che aveva fatto almeno un 7” memorabile. La base musicale (e perché no, anche quella grafica) in un certo senso risente di emanazioni post-punk inteso non come clonazione di quart'ordine di P.I.L. o Gang Of Four, ma nel senso che la radice si trova in quell'hardcore evoluto che si accasava su Troubleman, Gravity, GSL, Vermiform e compagnia bella (o brutta?!). I Putiferio quello stile lo maneggiano bene e la voce di Panda (anche se sul disco penso che ci siano più voci) ci si inserisce "'na crema" anche perché, pur lavorando all'interno di un contesto ben definito, i quattro lo maneggiano in modo incredibilmente buono per un primo lavoro, ma appunto, ognuno è frutto del suo passato e c'è chi lo riesce a sviluppare senza crogiolarsi nel rimpianto. I Putiferio si portano dietro/dentro i primi Us Maple, delle reminiscenze wave/Joydivisioniane degne di Get Hustle, Pleasure Forever ed Antioch Arrow dati in pasto ai meno psicolabili della Skin Graft e della Touch And Go quando non era ancora "leccata". Niente hardcore quindi?... Invece è proprio lì il bello: nonostante le dissonanze, il blues-noise, i tappeti di synth (o il lavoro di post-produzione?), le deformità da storpi, ci troverete delle belle frattaglie disseminate lungo un asse delirante che lega Neurosis, Universal Order Of Armageddon e Worst Case Scenario, ragion per cui suono deforme e new/now wave ma non senza calci nei denti. Se vi manca qualcosa (in tutti i sensi) oppure se avete sentito i With Love e vi siete chiesti da dove venivano fuori e dove andavano, ascoltando i Putiferio vi troverete di fronte alle stesse domande. Se il vostro "no future" si era ammosciato a forza di eccitanti mal fatti e scaduti, se "ok, strano, ma a mì me piase el rock che rompe il culo"... beh, se così è, allora è di nuovo tempo di alza bandiera. Andrea Ferraris

www.indie-zone.it

Dopo aver suonato la chitarra negli One Dimensional Man ed il basso ne Il Teatro Degli Orrori Giulio Favero si siede sullo sgabello della batteria, e richiamati i 3 vecchi amici Woolter (Kelvin), Mirko (Bluid, With Love) e Panda (Huck) si dà alla decostruzione musicale. La forma canzone sparisce in un mare di distorsioni e noise, memore della lezione di grandi sperimentatori sia nostrani che non (e Luca Mai degli Zu dà il suo benestare partecipando a Where Are All the Razors Gone?), frantumando le orecchie con la cattiveria di Give Peace A Cancer, incidendo la pelle con le rasoiate sonore di Carnival Corpse For Servers e cullandoci nella temporanea calma ossessiva di Hate Ate 8. Forse esagerati nell’apocalittica Putiferio Goes To War che funziona solo a tratti, ma mai come in questo album il caos ha avuto un suo senso. Testi corrosivi e devianti, cambi di ritmo continui ma ben amalgamati, rumore che uccide ed allo stesso tempo ti rivitalizza: se tutto questo vi stuzzica forse potreste anche aver trovato l’album dell’anno. (4/5) Stefano Ficagna

www.musicaroma.com/nerds

Dal latino Put-ere. Putire. Puzzare. "Disputa con parole indecenti e immorali: quasi discorso che solleva fetore e non si può sentire". Putiferio. Il nome del gruppo. Il titolo dell'album. Alcune canzoni ('Give Peace A Cancer', 'Carnival Corpse For Servers', 'Putiferio Goes To War' oppure 'Aristocatastrophism'). Tutto chiaro solo con le premesse base. Putiferio è la band nata sul finire del 2003 per volontà, mano e talento di Giulio Favero (Teatro degli Orrori nonchè già One Dimensional Man e qui impegnato alla batteria!), Woolter (dei Kelvin e già de L'odio e Antisgammo), Mirco (ex Bluid band con membri dei Whit Love) e Panda (ex Huck noti poi come S.D.A.). 'Ate Ate Ate' è il suono lacerante di una fonderia. Schegge metalliche. Ecco cosa. Clangore. Deviazioni. Obliquità. Controtempi. Incoerenza. Ostilità. Contro la prosituzione culturale. Per non piegare le ginocchia. Per urlare forte. Il sax di Luca Mai degli Zu in 'Where Have All The Razors Gone?' è solo una piaga in più. Se i Fantomas e i Melvins fossero nati nello "stivale" porterebbero sulla pelle questi segni. Profondi come solchi d'aratro. Supergruppo. Supermusica. Emanuele Tamagnini

www.ondalternativa.it

Putiferio: di nome e di fatto. Quello che esce dai graffianti strumenti della band è un suono a tratti ricercato, a tratti rude e grezzo. Il miscuglio di suoni che avvolte si traduce in vero e proprio rumore è sempre ben amalgamato dal superbo lavoro di Giulio dietro le pelli, che vibrano nella stessa direzione del Teatro degli Orrori.
Uscito nell’Aprile 2008 l’album risulta essere una vera bomba sonora “da mal di testa” come dicono gli stessi Putiferio che amano suonare a tutto volume attraversando confini di generi e forme prestabilite. Panda con la sua voce urlata accompagna le raschianti chitarre di Woolter e Mirco per le sette tracce dell’album in un turbinio di corpi, rasoi e odio. La musica dei Putiferio scorre velocemente nel lettore in modo forse un po’ troppo uniforme ma con un impeto ed una energia a cui è difficile rimanere indifferenti. “Give peace a cancer” da il via alle danze che assumono un’aria orientale in “Holes holes holes” dove percussioni e rumoristica ricreano via via un ambiente da rito indigeno. Tutto il lavoro è una continua trasformazione con idee mai statiche o impantanate in un ambito musicale. Album non facile da capire ad un primo ascolto verrà sicuramente apprezzato dagli amanti del genere. (3,5/5) Enrico D’Amelio

www.losthighways.it

“Ogni volta che bevo un po’ di più in compagnia di mademoiselle odio finiamo a letto e facciamo l’amore finchè non arriva il mattino. E’ doloroso mi graffia la gola”… dietro l’angolo, negli occhi della bestia mezzo caprone mezzo uomo leggo Give peace a cancer. Al comando ci sono topi nascosti e la soluzione sono i gatti: Aristocatastrophism. “Riesco a ricordare la paura mista al vomito quel carnevale umano…non voglio starmene qui alla faccia di tutti i vostri giochi preferisco starmene da solo” (Carnival corpse for servers). Il disco d’esordio Ate Ate Ate dei Putiferio è la colonna sonora di una barricata per difendere il vostro territorio interiore. Il cantato urlato e stridente, le chitarre taglienti, la batteria prorompente sono metal che si deforma in post-rock ai limiti del post-core e che si tramuta in post-metal di stampo atmospheric sludge (come nell’intensa seconda parte di Putiferio goes to war che continua in Hate ate 8). E’ un disco dai colori forti come quelli della copertina: il nero del metal e l’oro del post-rock. Tra Melvins, Neurosis e Zu. Proprio Luca Mai ha prestato il suo sax in Where have all the razors gone? Il batterista dei Putiferio suona con il Teatro degli orrori. Ascoltare questo disco significa vivere una catarsi: dal sentimento della guerra verso la violazione dell’integrità morale. E’ la soundtrack di una città sotto assedio. Indiavolato e riflessivo come un motore di aeroplano. Per chi ha il coraggio di combattere per i propri diritti. Per chi crede nella vita e nelle forti emozioni come anche l’odio. Non c’è nulla di male nel provare odio quando è giustificato. Non c’è nulla di male nell’ascoltare i Putiferio. Vladimiro Vacca

www.theshipmagazine.com

Devo dire la verità. Prima di ascoltare questa band pensavo, dal loro nome, che si trattasse di un genere molto duro. Invece ho avuto una smentita. Mai nome più fu azzeccato per una band. Il loro suono non è metal, ma un rock rozzo e feroce, più specificatamente da garage. Suoni veloci segnati da improvvise accelerate che seguono momenti, molto brevi, di riposo. Un caos ordinato rappresentato dal loro primo lavoro, Ate Ate Ate. Sette tracce che ti assalgono la testa con i suoi suoni distorti e violenti e il suo cantato che a volte diventa urlato. L’album vede in costante primo piano il suono della chitarra che viene sopraffatto da quello della batteria nei momenti di “sclero” del brano, dove l’ascoltatore si trova di fronte una specie di jam session distorta, dove ognuno, impazzendo, cerca di distruggere il proprio strumento. Ascoltare Putiferio Goes To War per credere.
In definitiva abbiamo di fronte a noi un disco dalla non facile comprensione. Soprattutto a chi dedicato un semplice ascolto per determinarne il successo. Ma in realtà questo dei Putiferio è un buon lavoro. Si tratta pur sempre di un debut album di soli sette brani, ma alternativo per il panorama underground attuale, caratterizzato dall’esplorazione di nuovi territori cercando di unire più generi sotto il filo conduttore del rock. (75/100) Jacopo Aloisi

www.kronic.it

Il Ragno Favero chiama a raccolta qualche amico: Woolter (Kelvin), Mirko (Bluid, With Love) e Panda (Huck). Entrano in sala prova e decidono di distruggere, con sana consapevolezza, certa musica. Una sintesi, breve e solo in parte esaustiva, di ciò che sono i Putiferio. Band di artisti (termine indispensabile, aggiungendovi anche Luca Mai degli Zu presente in "Where Are All the Razors Gone?"), ricca di fisicità e cerebralismo. Una musica impellente, angolosa, violenta, a tratti (per indole) straripante, grezza e sporca. E densa di ipnotismo, fondato su mutazioni genetiche destinate a tagliare polsi e vene. "Ate Ate Ate" è caos (non per assurdo ricercato) abrasivo all`ennesima potenza, privo di potenziali compromessi, intollerante nel rinnegare i luoghi comuni e sputarci sopra. Senza nemmeno troppa ironia. Qualcosa dei Melvins, attimi di razionale decostruzione legata da un sottile filo (energia a parte) ai Red Crayola. Un atteggiamento, ed un album, necessario. (3,5/5) Marco Delsoldato

www.inkoma.com

Eccheccazzo. Ate Ate Ate è il distruttivo debutto dei Putiferio, da Padova, i cui membri sono già noti in qualche modo nel panorama underground per aver suonato o l'ancor essere nei Pne Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori, With Love. - Una sorta di tsunami dal cuore noise, dove come se non bastasse le onde giganti e perfette sono fiamme e non acqua, - musicalmente come se i Melvins e Arab On Radar si fossero accoppiati come feroci porcospini (da cui Give Peace A Cancer, Aristocatastrophism). C'è anche una parte di misticismo in questa esperienza, - ascoltateVi i 13 minuti di Putiferio Goes To War (che immagino sia in qualche modo relazionata al film d'animazione del '68 Putiferio va alla Guerra), - come anche l'intro sciamanica/tribale di Holes Holes Holes. - Tutto suona anche più folle quando un inaspettato sax (suonato da Luca Mai degli Zu) fa un assolo in Where Have All The Razors Gone. - Batteria tarantola, rumorosità abrasiva e percussiva, - pura adrenalina, veleno e nichilismo, - nulla di cui Vostra madre andrebbe fiera.
Unica macchia: forse, eccezion fatta per il capolavoro Carnival Corpse For Servers, - non vi trovo in verità tracce memorabili.
In ultimo, ma non da poco, - l'artwork del digipack è più che meritevole di nota, - ben fatto, con libricino interno con ogni testo in italiano e inglese. Paolo Miceli

http://www.mescalina.it/

Putiferio: dalla radice del latino PUT-E’RE (puzzare, putire), e *-FE’RUM dalla base FE’RRE portare o, come altri crede, di FARE parlare. “Disputa con parole indecenti e immorali: quasi discorso che solleva fetore e non si può sentire”.
Così definiscono la loro musica i Putiferio: “è in definitiva tutta un’altra Musica. Tutta l’altra Musica. Musica per pochissimi. Ma Musica di Merda. Distorta”. Viva la faccia, viva la sincerità e la coerenza; la schiettezza è bene inestimabile in questa globale ipocrisia che cinge tutto.
Al debutto ufficiale con “Ate Ate Ate”, questi padovani “alzano all’inverosimile” i toni della loro sfida sonora personale quanto sconcertante; non c’è limite nè veto al noise “industrializzato in caos” che flagella l’intero arco del cd. Anarchia e destrutturazione, libertà e schizofrenìa che raccoglie i brandelli della Chicago metà anni ’90 post- rock (U.S. Maple, Unsane, Boss Hog, Neurosis e affini), ma in primis ricorda i terremoti deformanti dei Red Crayola, dei quali i Putiferio masticano l’animalità nei loro pezzi che, non sono contenitori di idee, ma dilatatori di esse, che devastano la funzione statica per una dinamica di atroce godimento.
In “Ate Ate Ate” c’è dentro tutto quello che può subliminare il rumore molesto della non melodia: l’epilessia fratturata di chitarre deviate allo spasimo (“Aristocatastrophism”), il delirio vocale che batte la testa su drumbass che pare rincorrere le formichine del film del ’68 “Putiferio Va alla Guerra” dei fratelli Gavioli (“Putiferio goes to war”), i trenta secondi siderali di (“Hate ate 8”) che disinnescano la bella “Where have all the razors gone?” dilatata, sopra una batteria tremante e una lirica cupa alla Nick Cave e trombe che a metà tra processione e servizio funebre svaniscono di botto. Ad essere puntigliosi, negli scambi di chitarra ora si possono afferrare indiscussamente le stravaganze malate di Derek Bailey e Fred Frith (U.S. Maple) che crearono quel punto di non ritorno sonoro che venne tanto ostacolato nel rock-noborders Usa: la now wave, acerrimo vituperio contro gli scampoli new wave.
Woolter, Mirco, Panda e Giulio, i quattro Putiferio, suonano il dissenso, la frustazione, l’omologazione e il rigurgito verso la società, di questa società, e usano l’arma del rumore per distruggere il silenzio complice dello stato delle cose; rianimano la catalessi e lo spirito selvaggio, primitivo, e lo innestano nella spina dorsale di “HOLES holes HOLES” dove il noise viene placato per un po’ da ritmi tribali, ancestrali, come a richiamare qualche spirito “alternativo” che della santità se ne infischia.
Chiaro, questa è “musica” per pochi, ma buoni! Di merda? Rammentate Faber: “…dal letame nascono i fior”. Massimo Sannella

www.freakout-online.com

Usare il temine catarsi in ambito rock sembra retorico, ma in casi come i Putiferio è particolarmente appropriato. Questo quartetto, che esordisce
grazie all'acuta Robot Radio, è una sorta di super gruppo dato che i quattro elementi vengono tutti da altre esperienze. Tra questi il più blasonato è il batterista Giulio Favero, già chitarra nei One Dimensional Man e attualmente con Il Teatro degli Orrori. Sette i brani in scaletta, discontinui ed accomunati dal vomito per lo schifo che è diventata la nostra società. Il loro non è un messaggio politico, bensì introspettivo,
l'attitudine è dunque molto hardcore, ma il modo di esprimere i temi musicali è irruente e l'hardcore viene contaminato e imbastardito con il blues noise ed il noise in generale: i punti di riferimento sono i Melvins, i Neurosis, i Fantomas ed i U.S Maple, oltre che The Ex e Zu. Emergono incrostazioni indie-punk di "Holes holes holes", dove
suona il sax proprio Luca Mai del terzetto romano Zu. I Putiferio si rivelano sferraglianti e cambiano spesso registro stilistico e ritmo, esponendo la loro instabilità mentale ("Aristocastrophism", "Give peace a cancer"). Non contenti degli estremismi noise, tendono a raggiungere i lidi dove si sono avventurati gli Arab On Radar in "Carnival corse for servers" o ancora più imprevedibili a metà lavoro, dove piazzano "Putiferio goes to war", un brano di tredici minuti nel quale i quattro si lasciano andare a sperimentazioni varie: free jazz, elettro-pop, dilatazioni psichedeliche e chi più ne ha, più ne metta. "Ate ate ate" dimostra che, per fortuna, il sottobosco italiano brulica ancora molta insofferenza all'appiattimento e al
rincoglionimento di massa. Vittorio Lannutti

www.dagheisha.com

Il nome se lo sono scelti suggestivo, dato che le ipotetiche immagini evocate quando si pronuncia la parola putiferio, sono tali da garantire il giusto appeal che si innesca preventivamente nell’ascoltatore. Solo che nel caso dei Putiferio, al cui interno troviamo una vecchia conoscenza della scena nostrana, ovvero Giulio Favero, chitarrista per cinque anni di One Dimensional Man, la confusione, il disordine e lo scompiglio a cui il termine fa riferimento vengono applicati a un lessico, che - nello specifico - definirei “rumorosamente e nervosamente rock”. Che l’essenza del quartetto non stia poi solo in questa definizione risulta palese nel momento in cui prende forma ‘Putiferio Goes To War’, tredici minuti di miscellanea sonora da non sottovalutare, poiché al suo interno vengono introdotte, in un ambito strutturale di avanguardia hard rock, devianze strumentali varie, siano esse le contaminazioni elettroniche, le narrazioni post rock o le rarefazioni ambientali pregne di inquietudine e disagio, ma anche un clima quasi bucolico che affiora in certi passaggi, il tutto intercalato a trame esplosive di spessore notevole. Il disco, di debutto e a distanza di quasi un lustro dalla nascita, è marcatamente incentrato su tale e ottima composizione, e in parte ne risente, visto che il suo splendore finisce quasi per oscurare le rimanenti sei tracce, che pur se più che accettabili (e dai sapori musicali tra loro differenziati, il che depone a favore del gruppo), però non reggono il confronto con la suddetta. In definitiva parlerei di lavoro con un picco da 8 e il resto da 6.5. Roberto Michieletto

sentireascoltare.com

C’è un nuovo noise-rock italiano? O meglio, ci sono una serie di gruppi geograficamente italiani che stanno riproponendo quel sound che tante orecchie devastò nei ’90? La risposta è ovviamente sì, e Hell Demonio (una felice conferma) e Putiferio (una gradita sorpresa) stanno lì a confermarlo. Ultimi nodi di un rosario del dolore; ennesimi partecipanti al baccanale del rumore che, senza discostarsi dal verbo vanno includendovi pian pianino elementi nuovi o strutture sempre più devianti.
Da Padova rispondono i Putiferio, compagni di live e sventure rumorose. Non dei pivellini, né di primo pelo, visto il presente e passato con nomi illustri del sottobosco italiano (da Antisgammo al Teatro degli Orrori, tanto per dire) sono altrettanto parchi nella produzione, mezzora giusta, ma decisamente più brutali nei risultati. I quattro innalzano un vero e proprio putiferio sonico in cui centrifugano urgenze hardcore macabre e rarefatti passaggi da cacofonia in disarmo, svisate sludge e inondazioni ritmiche afasiche, epilessie post-core e sinceri tributi alla wave. Ma è l’intero disco a grondare insieme macabro sarcasmo e pluridirezionalità stilistica. Se il primo ha nella deriva ludico-citazionista di testi e titoli la sua più evidente manifestazione (il cui esempio più alto è il coretto conclusivo di Give Peace A Cancer vergato su quello più famoso di lennoniana memoria), è negli spasmi e nelle spaventose voragini dei 12 minuti di Putiferio Goes To War, negli sfilacciamenti free di Where Have All The Razors Gone?, nel noise tribal-mediorientale di HOLES Holes HOLES che i 4 dimostrano lo spessore del loro sentire, metabolizzare, riproporre in forme nuove le musiche rumorose degli ultimi 30 anni. (7.2/10) Stefano Pifferi

www.audiodrome.it

Questo potrebbe essere il motto dei Putiferio: musicisti dalle indubbie qualità tecniche, che hanno deciso di accantonare ogni regola o dogma, per dedicarsi ad una decostruzione totale della materia musicale. Non si tratta, dunque, della solita scomposizione soggetta anch’essa a dottrine matematiche e/o formali, quanto piuttosto di una vera liberazione del musicista come individuo, al fine di costruire una nuova poetica dell’assurdo. Vicini (non simili) per affinità a nomi storici della scena noise e post-core, in realtà i Putiferio vanno oltre il concetto stesso di scrittura, così da plasmare un corpus dai contorni sfocati e dalle innumerevoli sembianze. Difficile seguire il gruppo nelle sue traiettorie senza provare un senso di stordimento, la stessa vertigine che si prova quando cadono i punti d’appoggio e le geometrie si affrancano dalla prospettiva. Al contrario delle aspettative, il risultato, una volta assuefatti al non-metodo di scrittura, è tutt’altro che caotico o inconcludente, bensì ci appare avvolgente e a suo modo accessibile: basta lasciarsi alle spalle l’idea di poter ricondurre il tutto entro i confini del consueto e avvicinarsi alle sette parti del disco spogliati di idee preconcette e falsi moralismi. Ecco, allora, spalancarsi per l’ascoltatore un universo fatto di pennellate e macchie di colore accostate in modo inusuale ma non casuale, un paesaggio che acquista una sua solidità solo se osservato nel complesso, se ci si tuffa al suo interno diventandone parte integrante. Ate Ate Ate risulta non facile e a tratti intimidatorio, eppure anche un lavoro da cui ciascuno potrà trarre una differente emozione, un differente ricordo. Rappresenta lo sforzo di andare oltre il consueto, senza per questo chiudersi nella classica bolla di cristallo o tagliare le comunicazioni con l’esterno, piuttosto è segno di una mutata sensibilità e di una possibile nuova via da percorrere. Una scommessa non priva di rischi. (3/5) Michele Giorgi

www.sands-zine.com

Contemporaneamente agli Hell Demonio, la Robotradio di Stefano Paternoster licenzia anche il disco d’esordio dei Putiferio, quartetto in cui ritroviamo Giulio Favero ex-One Dimensional Man, che rinverdisce fasti no wave, post-punk e noise. Eppure al di là delle reminiscenze che l’ascolto di questo “Ate te ate” porta a galla, il disco non solo cresce all’ascolto ma rielabora le influenze in maniera così rapida e sfuggente da impostare, in definitiva, una formula unica con buone dosi di originalità. È una lucida follia ad ispirare le scorribande del quartetto, tra continui cambi (l’imprevedibilità dell’iniziale give peace a cancer, l’incalzante where have all the razors gone?), danze ritmiche tra One Dimensional Man e Scratch Acid (aristocatastrophism, l’inizio di putiferio goes to war), l’incrocio tra il punk degli Ex e le chitarre buzz degli Us Maple (carnival corpse for servers), i beat elettronici in odor di Xiu Xiu (hate ate 8, la lunghissima putiferio goes to war, in cui c’è praticamente di tutto), e anche una certa attitudine avant (bellissime la parte percussiva di holes holes holes). Insomma, un grande disco. Alfredo Rastelli

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Putiferio è un quartetto di Padova nato nel 2003 e formato da Giulio Favero (ex One Dimensional Man, bassista de Il Teatro degli Orrori e noto ingegnere del suono) alla batteria (come ai suoi esordi con i Geyser), Woolter dei Kelvin e Mirco (ex Bluid) alla chitarra e Panda (ex Huck) alla voce.
Si definiscono come l'assenza del compromesso, la scelta al diritto all'ostilità e un posto di blocco intestinale e in effetti le sette tracce del loro disco d’esordio, intitolato "Ate Ate Ate" e pubblicato dalla trevigiana RobotRadio Records, sono un bel pugno nello stomaco, tutte traboccanti disagio e sarcastico dissenso, testi irriverenti e beffardi e musica viscerale, incompromissoria e tagliente con una voce urlante ma che sa anche farsi melodica.
I Putiferio in buona sostanza rinverdiscono la tradizione noise/post hardcore propria delle lande venete ma lo fanno mettendo tanta carne al fuoco (anche all'interno di uno stesso brano). Su un'impalcatura debitrice di decostruzioni alla U.S. Maple/ZU e devastazioni sonore alla Melvins/One Dimensional Man (splendide Aristocatastrophism, Where Have All the Razors Gone? con Luca Mai degli ZU al sax e il sardonico citazionismo di Give Peace a Cancer) si inseriscono mille altri spunti come gli accenni elettro-wave (o Idiotequari) di Hate Ate 8 e i tribalismi di HOLES Holes HOLES fino ad arrivare ai 12 minuti e passa di Putiferio Goes to War (traccia centrale del disco), vera e propria summa del Putiferio-pensiero e coacervo di espressioni musicali deviate.
Da menzionare anche l'ottimo packaging e artwork del disco, prerogativa di ogni uscita RobotRadio. Uno dei migliori dischi italiani del 2008. Rino Borselli


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Italian Rockers caught short of aping Jesus Lizard…
Ok, before we get down to the nitty-gritty, when it comes to noise rock, this reviewer is not the most knowledgeable, and when it comes to Italian noiserock music, we’ll what we know could be written on a folded stamp. Which was why this reviewer was slightly apprehensious about reviewing the new release from Putiferio, a noise rock band from Padova in Italy. ‘Ate, Ate, Ate’. Even without knowing much about the genre, this album is a bit of mess really. Sounds seem to have been basted on with a trowel, and as a result the music sounds so muddy that’s it’s impossible to feel any real sense of connection to it.
‘Give Peace a Cancer’ is as jittery as a toddler drunk on a triple-expresso and yet somehow the track seems to hold itself together. The four members of Putiferio seem to be playing four different songs, which by a happy coincidence seems to start and end at the same time. Unfortunately, the intervening period sounds just like 4 musicians playing different tunes from each other in different time signatures. This is illustrated well by the track ‘Putiferio Goes To War’, a thirteen minute behemoth of skuzzy noise; it’s about as pleasurable to listen to as heavy industry, or a ‘Jade Goody sings Opera Classics’ album.
The band’s style is very reminiscent of Jesus Lizard, particularly singer Panda’s vocals which are every bit as frenzied as David Yow at his loony best. But music has moved on since the 90s and now scewed, noise-rock sounds slightly dated. Putiferio could be compared to other experimental oddsters, the Mars Volta. But at least with the Mars Volta, amongst the musical madness there’s occasionally a hook or riff the listeners can latch onto, you never seem to get that on this release. The seven tracks of ‘Ate, Ate, Ate’ sound like a jam session between musicians from a number of different noise rock bands which ended up being released as an album, it probably shouldn’t have been. (2,5/5) Will Holloway

www.inkoma.com

Eccheccazzo. Ate Ate Ate is a shattering debut release by Putiferio (Ruckus, in english), from Padova, Italy, whose members formerly or currently play in One Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori, With Love. - They are a sort of noise core tsunami, where the gigantic and perfect waves are flames and not water, musically like if The Melvins and Arab On Radar had sex like fierce hedgehogs (Give Peace A Cancer, Aristocatastrophism). There's also a sinister mystic part besides that, - listen to the 13mins of Putiferio Goes To War (i guess it's somehow after homonym '68 animation movie Putiferio va alla Guerra), as well the tribal/sciamanic intro of Holes Holes Holes. All sounds even crazier as an unxpected sax (by Luca Mai of Zu) makes a solo in Where Have All The Razors Gone. - Tarantola drumming, percussive and abrasive loudness, - pure adrenaline, poison and nihilism, - nothing Your mother would be proud of.
Only a comment: maybe, except done for the masterpiece Carnival Corpse For Servers, i can't see any memorable track.
Last but not least, the digipack artwork is more than whorty a note, - well done, with an inner booklet, each lyric in english and italian. Paolo Miceli


 

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Oublier le rock local, c'est primordial, oublier ses premiers cris, çà se fait naturellement, et oublier ses références, c'est pas évident à imaginer. Il y a plusieurs routes, celles qui se construisent sur un tas de zines, celles qui couinent à l'adolescence jusqu'au monde du travail, il y a ceux qui y croiront toujours, ceux qui flemmarderont mais qui tiendront comme PETAIN a tenu la Somme et qui en parallèle, s'endimancheront dans des tas de merde comme ce facho PETAIN le jour où les loups sont entrés dans PARIS. ET puis yen a d'autres qui amalgameront une sorte de tout, un machin plein de rien, du vide de tout plein, un chant qui fera couiner le zineux, qui fait hurler le journaleux trop polit, qui crachera sur sa classe parcequ'il ne sait plus quoi faire pour qu'on parle de lui. L'Italie est belle, surtout dans un rock à 4 bonhommes dont 2 guitares. Le disque aurait pu s'appeler « hate hate hate » mais on se prend les pieds dans le plat et on s'en tarte en un « ate ate ate » qui me va très bien. Blog à part, ce disque tue. Ca sent l'ouverture d'esprit. Cavalcades sompteuses mélant les chars les plus farfelus, rock noise dépenaillé, électronico ambient, new wave en short, gentille pop qui vrille, du vieux tout neuf, où la guitare aime tourner au tour, s'énerver un grand coup, chanter savamment la mélodie, crier tout son saoul dans des feux d'artifice tout débraillés. Je répète : ce disque tue et les longues chroniques m'emmerdent, alors j'arrete. Erwan