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www.rumoremag.com
I Putiferio provengono da diverse esperienze rumorose del nordest italiano
(Lodio, Kelvin, Bluid, Huck, One Dimensional Man). Suonano un postpunk
noise viscerale, urlato, pestato. Sono canzoni livide, tumefatte, gonfie
di sangue, dalle ossa lussate, ma si rialzano sempre, come se non dovessero
morire mai, e quindi fanno paura. L’attitudine è alla rissa, al martirio.
Sono pezzi proiettati in avanti da una spinta insensata a farsi male.
Come dei lemming verso il burrone, i quattro sono guidati da una musica
feroce che potrebbe stare a metà strada tra la violenza suburbana degli
Oxbow e la pesantezza sardonica dei Melvins, eppure più complessa e
disperata, se possibile: “scrutinizing every lil piece of dirt” come
diceva Cave. Dicono di loro: “Musica di Merda. Distorta”. Loro dicono:
“Give peace a cancer”. Da avere. (9) Andrea Prevignano
www.blowupmagazine.com
Il Veneto, laboratorio privilegiato del noise italiano, ha prodotto
un’altra scheggia impazzita di nome Putiferio. La band è un’alchimia
di quattro elementi provenienti da esperienze diverse, tra cui si segnala
Giulio Favero, produttore ed ex One Dimensional Man, qui impegnato alla
batteria. !Ate Ate Ate” è un’operetta del caos in sette movimenti. La
sua Natura Teatrale si sposa con un approccio decostruito e detonante,
colmo di shellac.chismi furibondi e beffarde frantumazioni ‘now wave’
ma anche di soluzioni imprevedibili. Dalle citazioni di Give Peace A
Cancer ai lirismi elettro-wave alla Mae Shi di Hate Ate 8, dalle percussioni
di Holes Holes Holes a quella vera e propria poltiglia di espressioni
musicali che riempie i tredici minuti di Putiferio Goes To War nulla
può essere dato per scontato. Se manca un equilibrio i Putiferio sanno
gestire questa situazione secondo le proprie direttive. Il loro esordio
è un cortocircuito di pratiche noise che colpisce cervello, nervi e
muscoli: ed è una disfunzione programmatica decisamente riuscita e divertente.
(7/8) Fabio Polvani
www.rockerilla.com
Violentemente
spiazzante e radicalmente ortodosso, ecco arrivare il “primo spasmo
digitalizzato” (così recita il comunicato dell’etichetta) per il quartetto
dei Putiferio, una combinazione dei sonorità volta a scardinare le noiose
incrostazioni che intaccano il panorama musicale italiano. Decisamente
accostabili alle annodate progressioni rock di ottime band d’oltreoceano
come U.S. Maple e Melvins, i Putiferio talvolta sembrano accostarsi
anche alle appassionate spirali introspettive degli Xiu Xiu od alle
ipnotiche sperimentazioni di certa elettronica europea. Una band che
ha ascoltato un sacco di musica e che ha di certo un occhio di riguardo
per il lavoro della Wallace Records, per di più supportata da una label
in ascesa come la Robotradio. (7/10) Michela Casella
www.buscadero.com
Nonostante
siano attivi dal 2003, solo oggi arrivano ad esordire i quattro P UTIFERIO
– tutti comunque membri di altre realtà del suolo italico – con Ate
Ate Ate (Robotradio). Come il nome che si sono scelti può far intuire,
il loro mondo sonoro non è certo fatto di carezze; lungi dall’essere
una band che punta al caos fine a sé stesso però, nelle sette tracce
dell’album i Putiferio tentano (riuscendoci) di dare una personale forma
canzone agli acuminati intrecci strumentali che fuoriescono dalla loro
fantasia, prendendo a modello alcune delle più celebri realtà noise
statunitensi (dagli U.S.Maple ai Neurosis) ma cercando poi di rimescolarne
gli ingredienti in una salsa ancor più speziata. Ne è un buon esempio
la lunghissima Putiferio Goes To War, abilissima ad alternare intricati
e matematici fraseggi, passaggi più sperimentali e momenti d’impatto,
o l’eccellente Where Have All The Razors Gone?, potentissima e impreziosita
dal sax del solito ed infaticabile Luca Mai. Ad ulteriore conferma dell’attenzione
prestata alle “canzoni”, un buon lavoro sui testi, regolarmente presenti
sia in inglese che in italiano nel libretto del CD. (3/5) Lino Brunetti
www.sodapop.it
Altro gruppo per il quale
partivo prevenuto in base al nome e cri**o i**io non è un buon segno!
Spero di non arrivare a commentare mai un gruppo in base alle scarpe
o alla maglietta (dubito che succeda visto come sono mal vestito), altrimenti
vorrebbe dire che pure io sono stato risucchiato dal gorgo dell'indie
rocker medio a tutti gli effetti, piuttosto mi faccio tatuare la faccia
di Frate Cionfoli sulla panza.
Ad ogni modo i Putiferio fra gli altri annoverano Giulio Favero che,
oltre ad essere uno dei migliori fonici rock italiani, ha fatto parte
dei One Dimensional Man ed ora dei Teatro Degli Orrori, ma non finisce
qui visto che riconosco anche Woolter dei Kelvin e soprattutto degli
Antisgammo (di cui non ero un fan, ma che posso vantare di aver visto
almeno due volte) e Mirco che aveva servito nei Bluid, un gruppo grind
con due o tre With Love che aveva fatto almeno un 7” memorabile. La
base musicale (e perché no, anche quella grafica) in un certo senso
risente di emanazioni post-punk inteso non come clonazione di quart'ordine
di P.I.L. o Gang Of Four, ma nel senso che la radice si trova in quell'hardcore
evoluto che si accasava su Troubleman, Gravity, GSL, Vermiform e compagnia
bella (o brutta?!). I Putiferio quello stile lo maneggiano bene e la
voce di Panda (anche se sul disco penso che ci siano più voci) ci si
inserisce "'na crema" anche perché, pur lavorando all'interno
di un contesto ben definito, i quattro lo maneggiano in modo incredibilmente
buono per un primo lavoro, ma appunto, ognuno è frutto del suo passato
e c'è chi lo riesce a sviluppare senza crogiolarsi nel rimpianto. I
Putiferio si portano dietro/dentro i primi Us Maple, delle reminiscenze
wave/Joydivisioniane degne di Get Hustle, Pleasure Forever ed Antioch
Arrow dati in pasto ai meno psicolabili della Skin Graft e della Touch
And Go quando non era ancora "leccata". Niente hardcore quindi?...
Invece è proprio lì il bello: nonostante le dissonanze, il blues-noise,
i tappeti di synth (o il lavoro di post-produzione?), le deformità da
storpi, ci troverete delle belle frattaglie disseminate lungo un asse
delirante che lega Neurosis, Universal Order Of Armageddon e Worst Case
Scenario, ragion per cui suono deforme e new/now wave ma non senza calci
nei denti. Se vi manca qualcosa (in tutti i sensi) oppure se avete sentito
i With Love e vi siete chiesti da dove venivano fuori e dove andavano,
ascoltando i Putiferio vi troverete di fronte alle stesse domande. Se
il vostro "no future" si era ammosciato a forza di eccitanti
mal fatti e scaduti, se "ok, strano, ma a mì me piase el rock che
rompe il culo"... beh, se così è, allora è di nuovo tempo di alza
bandiera. Andrea Ferraris
www.indie-zone.it
Dopo
aver suonato la chitarra negli One Dimensional Man ed il basso ne Il
Teatro Degli Orrori Giulio Favero si siede sullo sgabello della batteria,
e richiamati i 3 vecchi amici Woolter (Kelvin), Mirko (Bluid, With Love)
e Panda (Huck) si dà alla decostruzione musicale. La forma canzone sparisce
in un mare di distorsioni e noise, memore della lezione di grandi sperimentatori
sia nostrani che non (e Luca Mai degli Zu dà il suo benestare partecipando
a Where Are All the Razors Gone?), frantumando le orecchie con la cattiveria
di Give Peace A Cancer, incidendo la pelle con le rasoiate sonore di
Carnival Corpse For Servers e cullandoci nella temporanea calma ossessiva
di Hate Ate 8. Forse esagerati nell’apocalittica Putiferio Goes To War
che funziona solo a tratti, ma mai come in questo album il caos ha avuto
un suo senso. Testi corrosivi e devianti, cambi di ritmo continui ma
ben amalgamati, rumore che uccide ed allo stesso tempo ti rivitalizza:
se tutto questo vi stuzzica forse potreste anche aver trovato l’album
dell’anno. (4/5) Stefano Ficagna
www.musicaroma.com/nerds
Dal
latino Put-ere. Putire. Puzzare. "Disputa con parole indecenti
e immorali: quasi discorso che solleva fetore e non si può sentire".
Putiferio. Il nome del gruppo. Il titolo dell'album. Alcune canzoni
('Give Peace A Cancer', 'Carnival Corpse For Servers', 'Putiferio Goes
To War' oppure 'Aristocatastrophism'). Tutto chiaro solo con le premesse
base. Putiferio è la band nata sul finire del 2003 per volontà, mano
e talento di Giulio Favero (Teatro degli Orrori nonchè già One Dimensional
Man e qui impegnato alla batteria!), Woolter (dei Kelvin e già de L'odio
e Antisgammo), Mirco (ex Bluid band con membri dei Whit Love) e Panda
(ex Huck noti poi come S.D.A.). 'Ate Ate Ate' è il suono lacerante di
una fonderia. Schegge metalliche. Ecco cosa. Clangore. Deviazioni. Obliquità.
Controtempi. Incoerenza. Ostilità. Contro la prosituzione culturale.
Per non piegare le ginocchia. Per urlare forte. Il sax di Luca Mai degli
Zu in 'Where Have All The Razors Gone?' è solo una piaga in più. Se
i Fantomas e i Melvins fossero nati nello "stivale" porterebbero
sulla pelle questi segni. Profondi come solchi d'aratro. Supergruppo.
Supermusica. Emanuele Tamagnini
www.ondalternativa.it
Putiferio: di nome
e di fatto. Quello che esce dai graffianti strumenti della band è un
suono a tratti ricercato, a tratti rude e grezzo. Il miscuglio di suoni
che avvolte si traduce in vero e proprio rumore è sempre ben amalgamato
dal superbo lavoro di Giulio dietro le pelli, che vibrano nella stessa
direzione del Teatro degli Orrori.
Uscito nell’Aprile 2008 l’album risulta essere una vera bomba sonora
“da mal di testa” come dicono gli stessi Putiferio che amano suonare
a tutto volume attraversando confini di generi e forme prestabilite.
Panda con la sua voce urlata accompagna le raschianti chitarre di Woolter
e Mirco per le sette tracce dell’album in un turbinio di corpi, rasoi
e odio. La musica dei Putiferio scorre velocemente nel lettore in modo
forse un po’ troppo uniforme ma con un impeto ed una energia a cui è
difficile rimanere indifferenti. “Give peace a cancer” da il via alle
danze che assumono un’aria orientale in “Holes holes holes” dove percussioni
e rumoristica ricreano via via un ambiente da rito indigeno. Tutto il
lavoro è una continua trasformazione con idee mai statiche o impantanate
in un ambito musicale. Album non facile da capire ad un primo ascolto
verrà sicuramente apprezzato dagli amanti del genere. (3,5/5) Enrico
D’Amelio
www.losthighways.it
“Ogni volta che
bevo un po’ di più in compagnia di mademoiselle odio finiamo a letto
e facciamo l’amore finchè non arriva il mattino. E’ doloroso mi graffia
la gola”… dietro l’angolo, negli occhi della bestia mezzo caprone mezzo
uomo leggo Give peace a cancer. Al comando ci sono topi nascosti e la
soluzione sono i gatti: Aristocatastrophism. “Riesco a ricordare la
paura mista al vomito quel carnevale umano…non voglio starmene qui alla
faccia di tutti i vostri giochi preferisco starmene da solo” (Carnival
corpse for servers). Il disco d’esordio Ate Ate Ate dei Putiferio è
la colonna sonora di una barricata per difendere il vostro territorio
interiore. Il cantato urlato e stridente, le chitarre taglienti, la
batteria prorompente sono metal che si deforma in post-rock ai limiti
del post-core e che si tramuta in post-metal di stampo atmospheric sludge
(come nell’intensa seconda parte di Putiferio goes to war che continua
in Hate ate 8). E’ un disco dai colori forti come quelli della copertina:
il nero del metal e l’oro del post-rock. Tra Melvins, Neurosis e Zu.
Proprio Luca Mai ha prestato il suo sax in Where have all the razors
gone? Il batterista dei Putiferio suona con il Teatro degli orrori.
Ascoltare questo disco significa vivere una catarsi: dal sentimento
della guerra verso la violazione dell’integrità morale. E’ la soundtrack
di una città sotto assedio. Indiavolato e riflessivo come un motore
di aeroplano. Per chi ha il coraggio di combattere per i propri diritti.
Per chi crede nella vita e nelle forti emozioni come anche l’odio. Non
c’è nulla di male nel provare odio quando è giustificato. Non c’è nulla
di male nell’ascoltare i Putiferio. Vladimiro Vacca
www.theshipmagazine.com
Devo dire la verità.
Prima di ascoltare questa band pensavo, dal loro nome, che si trattasse
di un genere molto duro. Invece ho avuto una smentita. Mai nome più
fu azzeccato per una band. Il loro suono non è metal, ma un rock rozzo
e feroce, più specificatamente da garage. Suoni veloci segnati da improvvise
accelerate che seguono momenti, molto brevi, di riposo. Un caos ordinato
rappresentato dal loro primo lavoro, Ate Ate Ate. Sette tracce che ti
assalgono la testa con i suoi suoni distorti e violenti e il suo cantato
che a volte diventa urlato. L’album vede in costante primo piano il
suono della chitarra che viene sopraffatto da quello della batteria
nei momenti di “sclero” del brano, dove l’ascoltatore si trova di fronte
una specie di jam session distorta, dove ognuno, impazzendo, cerca di
distruggere il proprio strumento. Ascoltare Putiferio Goes To War per
credere.
In definitiva abbiamo di fronte a noi un disco dalla non facile comprensione.
Soprattutto a chi dedicato un semplice ascolto per determinarne il successo.
Ma in realtà questo dei Putiferio è un buon lavoro. Si tratta pur sempre
di un debut album di soli sette brani, ma alternativo per il panorama
underground attuale, caratterizzato dall’esplorazione di nuovi territori
cercando di unire più generi sotto il filo conduttore del rock. (75/100)
Jacopo Aloisi
www.kronic.it
Il Ragno Favero
chiama a raccolta qualche amico: Woolter (Kelvin), Mirko (Bluid, With
Love) e Panda (Huck). Entrano in sala prova e decidono di distruggere,
con sana consapevolezza, certa musica. Una sintesi, breve e solo in
parte esaustiva, di ciò che sono i Putiferio. Band di artisti (termine
indispensabile, aggiungendovi anche Luca Mai degli Zu presente in "Where
Are All the Razors Gone?"), ricca di fisicità e cerebralismo. Una
musica impellente, angolosa, violenta, a tratti (per indole) straripante,
grezza e sporca. E densa di ipnotismo, fondato su mutazioni genetiche
destinate a tagliare polsi e vene. "Ate Ate Ate" è caos (non
per assurdo ricercato) abrasivo all`ennesima potenza, privo di potenziali
compromessi, intollerante nel rinnegare i luoghi comuni e sputarci sopra.
Senza nemmeno troppa ironia. Qualcosa dei Melvins, attimi di razionale
decostruzione legata da un sottile filo (energia a parte) ai Red Crayola.
Un atteggiamento, ed un album, necessario. (3,5/5) Marco Delsoldato
www.inkoma.com
Eccheccazzo. Ate
Ate Ate è il distruttivo debutto dei Putiferio, da Padova, i cui membri
sono già noti in qualche modo nel panorama underground per aver suonato
o l'ancor essere nei Pne Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori, With
Love. - Una sorta di tsunami dal cuore noise, dove come se non bastasse
le onde giganti e perfette sono fiamme e non acqua, - musicalmente come
se i Melvins e Arab On Radar si fossero accoppiati come feroci porcospini
(da cui Give Peace A Cancer, Aristocatastrophism). C'è anche una parte
di misticismo in questa esperienza, - ascoltateVi i 13 minuti di Putiferio
Goes To War (che immagino sia in qualche modo relazionata al film d'animazione
del '68 Putiferio va alla Guerra), - come anche l'intro sciamanica/tribale
di Holes Holes Holes. - Tutto suona anche più folle quando un inaspettato
sax (suonato da Luca Mai degli Zu) fa un assolo in Where Have All The
Razors Gone. - Batteria tarantola, rumorosità abrasiva e percussiva,
- pura adrenalina, veleno e nichilismo, - nulla di cui Vostra madre
andrebbe fiera.
Unica macchia: forse, eccezion fatta per il capolavoro Carnival Corpse
For Servers, - non vi trovo in verità tracce memorabili.
In ultimo, ma non da poco, - l'artwork del digipack è più che meritevole
di nota, - ben fatto, con libricino interno con ogni testo in italiano
e inglese. Paolo Miceli
http://www.mescalina.it/
Putiferio: dalla
radice del latino PUT-E’RE (puzzare, putire), e *-FE’RUM dalla base
FE’RRE portare o, come altri crede, di FARE parlare. “Disputa con parole
indecenti e immorali: quasi discorso che solleva fetore e non si può
sentire”.
Così definiscono la loro musica i Putiferio: “è in definitiva tutta
un’altra Musica. Tutta l’altra Musica. Musica per pochissimi. Ma Musica
di Merda. Distorta”. Viva la faccia, viva la sincerità e la coerenza;
la schiettezza è bene inestimabile in questa globale ipocrisia che cinge
tutto.
Al debutto ufficiale con “Ate Ate Ate”, questi padovani “alzano all’inverosimile”
i toni della loro sfida sonora personale quanto sconcertante; non c’è
limite nè veto al noise “industrializzato in caos” che flagella l’intero
arco del cd. Anarchia e destrutturazione, libertà e schizofrenìa che
raccoglie i brandelli della Chicago metà anni ’90 post- rock (U.S. Maple,
Unsane, Boss Hog, Neurosis e affini), ma in primis ricorda i terremoti
deformanti dei Red Crayola, dei quali i Putiferio masticano l’animalità
nei loro pezzi che, non sono contenitori di idee, ma dilatatori di esse,
che devastano la funzione statica per una dinamica di atroce godimento.
In “Ate Ate Ate” c’è dentro tutto quello che può subliminare il rumore
molesto della non melodia: l’epilessia fratturata di chitarre deviate
allo spasimo (“Aristocatastrophism”), il delirio vocale che batte la
testa su drumbass che pare rincorrere le formichine del film del ’68
“Putiferio Va alla Guerra” dei fratelli Gavioli (“Putiferio goes to
war”), i trenta secondi siderali di (“Hate ate 8”) che disinnescano
la bella “Where have all the razors gone?” dilatata, sopra una batteria
tremante e una lirica cupa alla Nick Cave e trombe che a metà tra processione
e servizio funebre svaniscono di botto. Ad essere puntigliosi, negli
scambi di chitarra ora si possono afferrare indiscussamente le stravaganze
malate di Derek Bailey e Fred Frith (U.S. Maple) che crearono quel punto
di non ritorno sonoro che venne tanto ostacolato nel rock-noborders
Usa: la now wave, acerrimo vituperio contro gli scampoli new wave.
Woolter, Mirco, Panda e Giulio, i quattro Putiferio, suonano il dissenso,
la frustazione, l’omologazione e il rigurgito verso la società, di questa
società, e usano l’arma del rumore per distruggere il silenzio complice
dello stato delle cose; rianimano la catalessi e lo spirito selvaggio,
primitivo, e lo innestano nella spina dorsale di “HOLES holes HOLES”
dove il noise viene placato per un po’ da ritmi tribali, ancestrali,
come a richiamare qualche spirito “alternativo” che della santità se
ne infischia.
Chiaro, questa è “musica” per pochi, ma buoni! Di merda? Rammentate
Faber: “…dal letame nascono i fior”. Massimo Sannella
www.freakout-online.com
Usare il temine
catarsi in ambito rock sembra retorico, ma in casi come i Putiferio
è particolarmente appropriato. Questo quartetto, che esordisce
grazie all'acuta Robot Radio, è una sorta di super gruppo dato che i
quattro elementi vengono tutti da altre esperienze. Tra questi il più
blasonato è il batterista Giulio Favero, già chitarra nei One Dimensional
Man e attualmente con Il Teatro degli Orrori. Sette i brani in scaletta,
discontinui ed accomunati dal vomito per lo schifo che è diventata la
nostra società. Il loro non è un messaggio politico, bensì introspettivo,
l'attitudine è dunque molto hardcore, ma il modo di esprimere i temi
musicali è irruente e l'hardcore viene contaminato e imbastardito con
il blues noise ed il noise in generale: i punti di riferimento sono
i Melvins, i Neurosis, i Fantomas ed i U.S Maple, oltre che The Ex e
Zu. Emergono incrostazioni indie-punk di "Holes holes holes",
dove
suona il sax proprio Luca Mai del terzetto romano Zu. I Putiferio si
rivelano sferraglianti e cambiano spesso registro stilistico e ritmo,
esponendo la loro instabilità mentale ("Aristocastrophism",
"Give peace a cancer"). Non contenti degli estremismi noise,
tendono a raggiungere i lidi dove si sono avventurati gli Arab On Radar
in "Carnival corse for servers" o ancora più imprevedibili
a metà lavoro, dove piazzano "Putiferio goes to war", un brano
di tredici minuti nel quale i quattro si lasciano andare a sperimentazioni
varie: free jazz, elettro-pop, dilatazioni psichedeliche e chi più ne
ha, più ne metta. "Ate ate ate" dimostra che, per fortuna,
il sottobosco italiano brulica ancora molta insofferenza all'appiattimento
e al
rincoglionimento di massa. Vittorio Lannutti
www.dagheisha.com
Il nome se lo sono
scelti suggestivo, dato che le ipotetiche immagini evocate quando si
pronuncia la parola putiferio, sono tali da garantire il giusto appeal
che si innesca preventivamente nell’ascoltatore. Solo che nel caso dei
Putiferio, al cui interno troviamo una vecchia conoscenza della scena
nostrana, ovvero Giulio Favero, chitarrista per cinque anni di One Dimensional
Man, la confusione, il disordine e lo scompiglio a cui il termine fa
riferimento vengono applicati a un lessico, che - nello specifico -
definirei “rumorosamente e nervosamente rock”. Che l’essenza del quartetto
non stia poi solo in questa definizione risulta palese nel momento in
cui prende forma ‘Putiferio Goes To War’, tredici minuti di miscellanea
sonora da non sottovalutare, poiché al suo interno vengono introdotte,
in un ambito strutturale di avanguardia hard rock, devianze strumentali
varie, siano esse le contaminazioni elettroniche, le narrazioni post
rock o le rarefazioni ambientali pregne di inquietudine e disagio, ma
anche un clima quasi bucolico che affiora in certi passaggi, il tutto
intercalato a trame esplosive di spessore notevole. Il disco, di debutto
e a distanza di quasi un lustro dalla nascita, è marcatamente incentrato
su tale e ottima composizione, e in parte ne risente, visto che il suo
splendore finisce quasi per oscurare le rimanenti sei tracce, che pur
se più che accettabili (e dai sapori musicali tra loro differenziati,
il che depone a favore del gruppo), però non reggono il confronto con
la suddetta. In definitiva parlerei di lavoro con un picco da 8 e il
resto da 6.5. Roberto Michieletto
sentireascoltare.com
C’è un nuovo noise-rock
italiano? O meglio, ci sono una serie di gruppi geograficamente italiani
che stanno riproponendo quel sound che tante orecchie devastò nei ’90?
La risposta è ovviamente sì, e Hell Demonio (una felice conferma) e
Putiferio (una gradita sorpresa) stanno lì a confermarlo. Ultimi nodi
di un rosario del dolore; ennesimi partecipanti al baccanale del rumore
che, senza discostarsi dal verbo vanno includendovi pian pianino elementi
nuovi o strutture sempre più devianti.
Da Padova rispondono i Putiferio, compagni di live e sventure rumorose.
Non dei pivellini, né di primo pelo, visto il presente e passato con
nomi illustri del sottobosco italiano (da Antisgammo al Teatro degli
Orrori, tanto per dire) sono altrettanto parchi nella produzione, mezzora
giusta, ma decisamente più brutali nei risultati. I quattro innalzano
un vero e proprio putiferio sonico in cui centrifugano urgenze hardcore
macabre e rarefatti passaggi da cacofonia in disarmo, svisate sludge
e inondazioni ritmiche afasiche, epilessie post-core e sinceri tributi
alla wave. Ma è l’intero disco a grondare insieme macabro sarcasmo e
pluridirezionalità stilistica. Se il primo ha nella deriva ludico-citazionista
di testi e titoli la sua più evidente manifestazione (il cui esempio
più alto è il coretto conclusivo di Give Peace A Cancer vergato su quello
più famoso di lennoniana memoria), è negli spasmi e nelle spaventose
voragini dei 12 minuti di Putiferio Goes To War, negli sfilacciamenti
free di Where Have All The Razors Gone?, nel noise tribal-mediorientale
di HOLES Holes HOLES che i 4 dimostrano lo spessore del loro sentire,
metabolizzare, riproporre in forme nuove le musiche rumorose degli ultimi
30 anni. (7.2/10) Stefano Pifferi
www.audiodrome.it
Questo potrebbe
essere il motto dei Putiferio: musicisti dalle indubbie qualità tecniche,
che hanno deciso di accantonare ogni regola o dogma, per dedicarsi ad
una decostruzione totale della materia musicale. Non si tratta, dunque,
della solita scomposizione soggetta anch’essa a dottrine matematiche
e/o formali, quanto piuttosto di una vera liberazione del musicista
come individuo, al fine di costruire una nuova poetica dell’assurdo.
Vicini (non simili) per affinità a nomi storici della scena noise e
post-core, in realtà i Putiferio vanno oltre il concetto stesso di scrittura,
così da plasmare un corpus dai contorni sfocati e dalle innumerevoli
sembianze. Difficile seguire il gruppo nelle sue traiettorie senza provare
un senso di stordimento, la stessa vertigine che si prova quando cadono
i punti d’appoggio e le geometrie si affrancano dalla prospettiva. Al
contrario delle aspettative, il risultato, una volta assuefatti al non-metodo
di scrittura, è tutt’altro che caotico o inconcludente, bensì ci appare
avvolgente e a suo modo accessibile: basta lasciarsi alle spalle l’idea
di poter ricondurre il tutto entro i confini del consueto e avvicinarsi
alle sette parti del disco spogliati di idee preconcette e falsi moralismi.
Ecco, allora, spalancarsi per l’ascoltatore un universo fatto di pennellate
e macchie di colore accostate in modo inusuale ma non casuale, un paesaggio
che acquista una sua solidità solo se osservato nel complesso, se ci
si tuffa al suo interno diventandone parte integrante. Ate Ate Ate risulta
non facile e a tratti intimidatorio, eppure anche un lavoro da cui ciascuno
potrà trarre una differente emozione, un differente ricordo. Rappresenta
lo sforzo di andare oltre il consueto, senza per questo chiudersi nella
classica bolla di cristallo o tagliare le comunicazioni con l’esterno,
piuttosto è segno di una mutata sensibilità e di una possibile nuova
via da percorrere. Una scommessa non priva di rischi. (3/5) Michele
Giorgi
www.sands-zine.com
Contemporaneamente
agli Hell Demonio, la Robotradio di Stefano Paternoster licenzia anche
il disco d’esordio dei Putiferio, quartetto in cui ritroviamo Giulio
Favero ex-One Dimensional Man, che rinverdisce fasti no wave, post-punk
e noise. Eppure al di là delle reminiscenze che l’ascolto di questo
“Ate te ate” porta a galla, il disco non solo cresce all’ascolto ma
rielabora le influenze in maniera così rapida e sfuggente da impostare,
in definitiva, una formula unica con buone dosi di originalità. È una
lucida follia ad ispirare le scorribande del quartetto, tra continui
cambi (l’imprevedibilità dell’iniziale give peace a cancer, l’incalzante
where have all the razors gone?), danze ritmiche tra One Dimensional
Man e Scratch Acid (aristocatastrophism, l’inizio di putiferio goes
to war), l’incrocio tra il punk degli Ex e le chitarre buzz degli Us
Maple (carnival corpse for servers), i beat elettronici in odor di Xiu
Xiu (hate ate 8, la lunghissima putiferio goes to war, in cui c’è praticamente
di tutto), e anche una certa attitudine avant (bellissime la parte percussiva
di holes holes holes). Insomma, un grande disco. Alfredo Rastelli
www.musicaoltranza.net
Putiferio è un quartetto
di Padova nato nel 2003 e formato da Giulio Favero (ex One Dimensional
Man, bassista de Il Teatro degli Orrori e noto ingegnere del suono)
alla batteria (come ai suoi esordi con i Geyser), Woolter dei Kelvin
e Mirco (ex Bluid) alla chitarra e Panda (ex Huck) alla voce.
Si definiscono come l'assenza del compromesso, la scelta al diritto
all'ostilità e un posto di blocco intestinale e in effetti le sette
tracce del loro disco d’esordio, intitolato "Ate Ate Ate"
e pubblicato dalla trevigiana RobotRadio Records, sono un bel pugno
nello stomaco, tutte traboccanti disagio e sarcastico dissenso, testi
irriverenti e beffardi e musica viscerale, incompromissoria e tagliente
con una voce urlante ma che sa anche farsi melodica.
I Putiferio in buona sostanza rinverdiscono la tradizione noise/post
hardcore propria delle lande venete ma lo fanno mettendo tanta carne
al fuoco (anche all'interno di uno stesso brano). Su un'impalcatura
debitrice di decostruzioni alla U.S. Maple/ZU e devastazioni sonore
alla Melvins/One Dimensional Man (splendide Aristocatastrophism, Where
Have All the Razors Gone? con Luca Mai degli ZU al sax e il sardonico
citazionismo di Give Peace a Cancer) si inseriscono mille altri spunti
come gli accenni elettro-wave (o Idiotequari) di Hate Ate 8 e i tribalismi
di HOLES Holes HOLES fino ad arrivare ai 12 minuti e passa di Putiferio
Goes to War (traccia centrale del disco), vera e propria summa del Putiferio-pensiero
e coacervo di espressioni musicali deviate.
Da menzionare anche l'ottimo packaging e artwork del disco, prerogativa
di ogni uscita RobotRadio. Uno dei migliori dischi italiani del 2008.
Rino Borselli
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www.subba-cultcha.com
Italian Rockers
caught short of aping Jesus Lizard…
Ok, before we get down to the nitty-gritty, when it comes to noise rock,
this reviewer is not the most knowledgeable, and when it comes to Italian
noiserock music, we’ll what we know could be written on a folded stamp.
Which was why this reviewer was slightly apprehensious about reviewing
the new release from Putiferio, a noise rock band from Padova in Italy.
‘Ate, Ate, Ate’. Even without knowing much about the genre, this album
is a bit of mess really. Sounds seem to have been basted on with a trowel,
and as a result the music sounds so muddy that’s it’s impossible to
feel any real sense of connection to it.
‘Give Peace a Cancer’ is as jittery as a toddler drunk on a triple-expresso
and yet somehow the track seems to hold itself together. The four members
of Putiferio seem to be playing four different songs, which by a happy
coincidence seems to start and end at the same time. Unfortunately,
the intervening period sounds just like 4 musicians playing different
tunes from each other in different time signatures. This is illustrated
well by the track ‘Putiferio Goes To War’, a thirteen minute behemoth
of skuzzy noise; it’s about as pleasurable to listen to as heavy industry,
or a ‘Jade Goody sings Opera Classics’ album.
The band’s style is very reminiscent of Jesus Lizard, particularly singer
Panda’s vocals which are every bit as frenzied as David Yow at his loony
best. But music has moved on since the 90s and now scewed, noise-rock
sounds slightly dated. Putiferio could be compared to other experimental
oddsters, the Mars Volta. But at least with the Mars Volta, amongst
the musical madness there’s occasionally a hook or riff the listeners
can latch onto, you never seem to get that on this release. The seven
tracks of ‘Ate, Ate, Ate’ sound like a jam session between musicians
from a number of different noise rock bands which ended up being released
as an album, it probably shouldn’t have been. (2,5/5) Will Holloway
www.inkoma.com
Eccheccazzo. Ate
Ate Ate is a shattering debut release by Putiferio (Ruckus, in english),
from Padova, Italy, whose members formerly or currently play in One
Dimensional Man, Il Teatro Degli Orrori, With Love. - They are a sort
of noise core tsunami, where the gigantic and perfect waves are flames
and not water, musically like if The Melvins and Arab On Radar had sex
like fierce hedgehogs (Give Peace A Cancer, Aristocatastrophism). There's
also a sinister mystic part besides that, - listen to the 13mins of
Putiferio Goes To War (i guess it's somehow after homonym '68 animation
movie Putiferio va alla Guerra), as well the tribal/sciamanic intro
of Holes Holes Holes. All sounds even crazier as an unxpected sax (by
Luca Mai of Zu) makes a solo in Where Have All The Razors Gone. - Tarantola
drumming, percussive and abrasive loudness, - pure adrenaline, poison
and nihilism, - nothing Your mother would be proud of.
Only a comment: maybe, except done for the masterpiece Carnival Corpse
For Servers, i can't see any memorable track.
Last but not least, the digipack artwork is more than whorty a note,
- well done, with an inner booklet, each lyric in english and italian.
Paolo Miceli
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Oublier le rock
local, c'est primordial, oublier ses premiers cris, çà se fait naturellement,
et oublier ses références, c'est pas évident à imaginer. Il y a plusieurs
routes, celles qui se construisent sur un tas de zines, celles qui couinent
à l'adolescence jusqu'au monde du travail, il y a ceux qui y croiront
toujours, ceux qui flemmarderont mais qui tiendront comme PETAIN a tenu
la Somme et qui en parallèle, s'endimancheront dans des tas de merde
comme ce facho PETAIN le jour où les loups sont entrés dans PARIS. ET
puis yen a d'autres qui amalgameront une sorte de tout, un machin plein
de rien, du vide de tout plein, un chant qui fera couiner le zineux,
qui fait hurler le journaleux trop polit, qui crachera sur sa classe
parcequ'il ne sait plus quoi faire pour qu'on parle de lui. L'Italie
est belle, surtout dans un rock à 4 bonhommes dont 2 guitares. Le disque
aurait pu s'appeler « hate hate hate » mais on se prend les pieds dans
le plat et on s'en tarte en un « ate ate ate » qui me va très bien.
Blog à part, ce disque tue. Ca sent l'ouverture d'esprit. Cavalcades
sompteuses mélant les chars les plus farfelus, rock noise dépenaillé,
électronico ambient, new wave en short, gentille pop qui vrille, du
vieux tout neuf, où la guitare aime tourner au tour, s'énerver un grand
coup, chanter savamment la mélodie, crier tout son saoul dans des feux
d'artifice tout débraillés. Je répète : ce disque tue et les longues
chroniques m'emmerdent, alors j'arrete. Erwan
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