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Già
dai disegni di copertina capisci che affrontare “Lo west Share Descent”
non sarà una passeggiata di salute. Inserisci il cd e ti accoglie un
urlo straziato, come un barrito agonizzante. Dead Elephant. Della serie:
se questo è un uomo. Ci
eravamo già accorti da tempo della particolare natura dei Dead Elephant.
Meritevoli di spiccare e venire esaltata non solo perché maturata in
Italia, ma perché spietata nel recuperare il rumore maledetto di Unsane,
Cows, persino Beach. Ogni singola uscita della Robotradio è da considerarsi un piccolo evento per il panorama indipendente italiano (e non solo), non fa eccezione la prova su lunga distanza dei Dead Elephant, il trio proveniente dalla provincia di Cuneo per creare una scossa tellurica negli ascolti del 2008. Influenzati tanto dall’hard-core di matrice Fugazi quanto dal punk e dal trash-metal, questi ragazzi violano i volumi dei nostri impianti ad alta fedeltà con un suono esaltato e di impatto sconsiderato, schiaffeggiando il nostro udito e scagliandoci a distanze siderali con l’irruenza che si compete ad una grande live-band. Le diverse apparizioni dal vivo al fianco di Joe Lalli, Zu e Capricorns sembrano infatti essere state metabolizzate alla perfezione, e non si rimane molto sorpresi nell’ascoltare gli accenti free-jazz (quasi à la Naked City) di “Post Crucifixion” seguiti dalle accelerazioni con finale cacofonico di “Black Coffee Breakfast”. Come d’abitudine per le pubblicazioni Robotradio, il disco è accompagnato da un bellissimo artwork curato da Marco Corona, uno dei più importanti fumettisti degli ultimi anni e perfetto interprete delle visioni angoscianti e estreme immaginate dai Dead Elephant. “Lo west Shared Descend” sarà licenziato in contemporanea in Europa e negli Stati Uniti, sia su cd che su vinile, a dimostrazione che anche le produzioni italiane possono competere con le migliori realtà underground internazionali se supportate da una progettualità consapevole e convincente. (8) Michele Casella Ci
sono dischi inaspettati, imprevisti, fuori programma. Non li hai cercati,
non ne hai sentito parlare e quando arrivano non hai nemmeno voglia
di ascoltarli perché pensi siano la consueta ciofeca senza un guizzo
creativo degno di tale nome. Alla fine li ascolti un po' controvoglia,
quasi per una sorta di deontologia che ti impone di setacciare la melma
culturale nella speranza di trovarci qualche briciola di un qualsiasi
valore. "Lowest Shared Descent" dei Dead Elephant sembrava
uno di questi dischi, ma era in realtà la briciola di valore che sarebbe
bello trovare e ascoltare sempre. E se il primo approccio, invece che
sottoforma di anonimi mp3, fosse stato con la splendida confezione digipack
arricchita dalle tavole di Marco Corona e con le note che recitano i
dettagli di produzione, i dubbi sulla qualità del prodotto forse non
si sarebbero nemmeno posti. Attivi da un paio d’anni e approdati ora alla promettente e sempre attenta Robot Radio Records il trio di Cuneo pubblica il debutto ufficiale. ‘Lowest Shared Descent’ è un vero e proprio sputo in faccia al sistema, al conformismo e a tutto ciò che è parte di questa vita mediocre che ci vuole allineati come dei poveri soldati. I Dead Elephant sputano sangue metropolitano, si sporcano le mani col marcio delle fogne e poi gettano tutto in faccia al primo benpensante di turno. La rabbia esasperata degli Unsane si riconosce a partire da ‘Introducing My Eye, In Flame’ e si fa più fastidiosa in ‘Post Crucifixion’ dove spunta il sax di Luca Mai degli Zu, in una totale contemplazione del disordine sonoro e del riff storto. Sono piccoli esempi, questi, in cui emerge l’intenzione principale della band che è quella di disconnettere tutto e restare lì, in una situazione di limbo in cui sentiamo sia Jesu Lizard che Melvins, tutti insieme, in una esplosione di math-noise che arriva al cervello e percorre la schiena (‘The Same Breath’) per creare un clima di terrore sonoro. In quanto a spessore artistico i Dead Elephant danno lezioni, non si soffermano al semplice suono ma lo rielaborano e lo concentrano in una tubatura di cui non conosciamo il percorso. E forse è davvero meglio così. Un applauso ai Dead Elephant e complimenti per averci fatto rivivere quelle emozioni negative che solo l’hardcore sa dare. (8) Rosario Leo Ad accogliere l’ascoltatore nell’esordio sulla lunga durata dei DEAD ELEPHANT è un urlo disumano e atterrente. E’ l’inizio di uno sprofondare annichilente in un disco durissimo ed incompromissorio, che rinverdisce i fasti dell’hardcore noise più efferato, quello tanto caro a band come gli Unsane o a quelle del giro Amphetamine Reptile, tanto per intenderci. Questo almeno è quello che farebbero pensare le prime due tracce in scaletta, perché già a partire dalla terza, il trio di Cuneo, dimostra di voler andare ben oltre quei confini: Post Crucifixion infatti, complice il sax di Luca Mai degli Zu, smarca di lato versi lidi free-jazz metallici. Da qui in poi è uno spiazzamento via l’altro! Black Coffee Breakfast, più di dieci minuti di durata, parte deflagrante ma poi si scioglie in un deliquio psichedelico-cosmico dalle vaghe reminiscenze kraute per poi tornare da dove era partita, Abyss Heart è un incubo ad occhi aperti dalle cadenze ambient-doom industriali da far invidia ai vari progetti di Stephen O’Malley, Cloxipol dà sfogo alla rabbia incanalandola in un’atmosfera più trattenuta. Gli ultimi due brani chiudono nel segno degli Oxbow, direttamente chiamati in causa dalla presenza in The Same Breath di Eugene Robinson in persona al canto. Bellissimi la confezione e i disegni di Marco Corona. (4/5) Lino Brunetti andreaprevignano.blog.deejay.it Nell`occhio (in fiamme) di ogni tempesta Si muovono in una zona di confine, i Dead Elephant; in uno spazio immaginario che potremmo definire, citando David Cronenberg, la “zona morta” della musica hard. Uno spazio da cui il gruppo attinge un’identità eterogenea nei riferimenti stilistici, ma anche forte e riconoscibile; saldata al nocciolo di una rabbia sofferta e nervosa. L’elefante morto è quasi sempre conciso, veloce (“Introducing My Eye, in Flames”). Il suo dna presenta i tratti inconfondibili del metal estremo, ma non disdegna gli aspetti più lirici del post-core (“The Same Breath” ricorda i primi Deftones) e una componente noise che sporca il suono, accentuandone il fascino psichedelico e l’ambiguità. I paragoni possibili potrebbero essere numerosi: Neurosis, Isis (soprattutto in “Clopixol”), persino alcune cose dei My Dying Bride; ma stilare una lista esauriente servirebbe a poco. Colpisce di più la cura con cui sono articolati i trentanove minuti del programma: un viaggio costituito da stazioni ragionate, con un buco posto al centro dell’album che parte da “Abyss Heart” per coinvolgere anche le tracce confinanti: un effetto a spirale che rallenta la musica fino alla stasi della traccia citata, in cui sussurri e stridori evocano un dimesso scenario industriale. Un lavoro, quello sulla struttura complessiva del disco, che si riflette sulla forma dei singoli brani, poco prevedibile e aperta a soluzioni di confine tra canzone e derive strumentali - che in “Post Crucifixion”, complice il sax di Luca Mai degli Zu, prendono il sopravvento. The Dead Elephant coniugano il raziocinio e il rigore con una furia che non è pianificata e non esprime un unico (mal)umore. Detta in altre parole: di band incazzate con il mondo, è pieno il mondo; ma questo non vuol dire che facciano tutte buona musica. La band di Cuneo, al suo esordio sulla lunga distanza, è invece dotata di un’espressività complessa: plumbea e sinistra, ma anche lunatica e articolata. Un ascolto trasversale che ha tutte le carte per superare la cerchia di amanti del rock estremo. (4/5) Simone Varriale I Dead Elephant ci travolgono con una enorme ondata di lava incandescente ad oltre mille gradi centigradi. Il trio cuneese, che dopo un ep, ha dato alle stampe questo ottimo disco sulla lunga distanza. Abrasivi come pochi, hanno il piglio blues- core degli Unsane della primissima ora e sono tirati come i più allucinati e psichedelici Neurosis. Questo loro esordio ha un sound favoloso grazie soprattutto al lavoro che è stato fatto tanto in fase di produzione, che di miraggio, dato che è stato registrato da Maurizio Borgna al Garage Ermetico Leumann di Torino e presso il Ruminator Audio di San Francisco, mixato da David Lenci al Red House Recordings di Senigallia e masterizzato da Nick Zampiello (Isis, Converge, Unsane, ecc.), presso il New Alliance East di Cambrige, nel Massachusetts. Penso che come credenziali ci siamo, il risultato, infatti, è tanto coinvolgente quanto strepitoso. Il trio riesce a dipanarsi tra i vari generi indie ed estremi di matrice Usa, aggiungendoci tuttavia, in ogni frangente degli aspetti molto personali, evitando di sembrare derivativi. Un esempio su tutti è l’aggiunta del sax di Luca Mai degli Zu su “Post crucifixion”, che ha un deragliamento verso il jazz noise circolare e paradossalmente quasi math. Gli oltre dieci minuti di “Black coffee breakfast” partono con un sound vorticoso e post-core, per poi prendere una strada talmente cerebrale da sfiorare l’assoluta razionalità. L’iniziale “Introducing my eye, in flames”, invece è un pugno nello stomaco che ci arriva direttamente dai bassifondi newyokesi di Chris Spencer e dei suoi Unsane, dove l’hc è soffocato che cova perennemente sotto la cenere, mentre “Clopixol” ha una tensione tirato allo spasimo, “The same breath”, invece, ha la cerebralità propria degli ultimi Tool. Catartici e coinvolgenti come pochi sicuramente sentiremo parlare dei Dead Elephant anche oltreoceano. Vittorio Lanutti Giacchè
tutto è vanità Una gigante onda d'urto proveniente dal nord italia, dintorni di Cuneo. Dopo un paio di grugniti pregni di dolore è la prima traccia Introducing my eye, in flames ad esplodere in faccia (il nuovo batterista Sandro Serra è pura adrenalina), come una bestia che diventa una bomba. Pensate agli Unsane o ai primi Neurosis, forse anche agli Distorted Pomy (dato il senso catartico di alcune distorsioni delle chitarre by il magnifico cantante Enrico Tauraso) e se Vi ponete la questione del perchè fare un album del genere, la risposta è semplice: 'serve a rompere il culo a tutti' come dicono in francia. Mi spiego, - ho ricevuto questo CD come promo, ma quando ero arrivato verso la fine della traccia #2, Another fuckin' word to say we miss you sono quasi impazzito, e mi sono sentito obbligato a versare 10€ alla Robotradio rec per sedare il mio karma, ed è stato esattamente quello che ho fatto, cazzarola! Merita il mio sangue. In ogni modo, i Dead Elephant non sono novizi, (leggo) possono vantare collaborazioni eccellenti con la Unfortunate Miracle rec e tour di supporto a Capricorns (uk), Lair of the Minotaur (usa), Joe Lally (Fugazi - usa), Zu (ita), di cui proprio Luca Mai suona il sax su Post crucifixion, spostando l'asse nel jazz-core per un breve istante. E' su Black Coffee Breakfast e Clopixol che invece i Dead Elephant incedono lenti su un percorso psichedelico fatto di multicolori risonanti e nichilismo. Su The same breath poi c'è Eugene Robinson degli Oxbow che urla, estremo e brutale come la stessa Musica. Coesi, solido post-hardcore spurio e sporco, - l'ultima traccia The worst & the best segna l'ultima testimonianza di una ferocia finalmente consumata. - In ultimo, non per importanza, - artwork e confezione del CD sono un vero gioiellino.
Esistono dischi nati per essere consumati in maniera veloce, per allietare
qualche giornata e poi scivolare nell’oblio, puniti dalla stessa facilità
di assimilazione che aveva loro permesso di primeggiare nell’immediato. ossequi!Il barrito del pachiderma zombie ci stordisce violentemente. Parte così uno dei dischi che sicuramente segnerà il 2008 italiano, tingendolo di noise rock maledetto e nichilista, impastando forme e strutture, cospargendo le stesse di polvere di zolfo e terra. I tre cuneesi, già autori del buon EP Sing The Separation, disco che pur mostrando un’evidente qualità di fondo mi aveva convinto a metà, tornano con un lavoro sicuramente maturo e ottimamente concepito, ponendosi nel mezzo di una carreggiata stilistica ostica, in un non-luogo a metà strada tra il post-hc di scuola Neurosis, il rumore sferragliante di Unsane e Jesus Lizard e lo stoner-doom di nuova generazione. Su Post Crucifixion, una scheggia math-sludge di due minuti, i nostri sono coadiuvati dal sax dannato di Luca Mai (Zu) in quello che è sicuramente uno degli episodi più esaltanti di Lowest Shared Descent; è davvero impressionante anche The Same Breath, ospite il gigante Eugene Robinson (Oxbow), un incredibile esempio di come è possibile suonare estremo nel 2008, un blues dall’inferno tra fiamme e forconi. Molto bello anche l’artwork e il digipack, un lavoro di classe e ben curato che vale la pena di avere nella propria collezione. Come si suol dire…ACCATTATEVILL’! Il passo pesante di un elefante, l’oscurità soffocante che solo la morte può richiamare appieno: i Dead Elephant tengono fede al proprio nome e ci portano in un viaggio dalle tinte nere, dove non c’è spazio per la luce e l’oppressione è continua. Fra i Neurosis ed i Deftones, il noise rock più cattivo e derive strumentali, Lowest Shared Descent è un album non facile ma che regge sia nei momenti più convulsi (Introducing My Eye In Flames e la fantastica Another Fuckin’ Word To Say We Miss You) che in quelli più lisergici (Clopixol), denotando una grande fantasia compositiva che non si limita ad abbozzare le idee ma le sviluppa appieno, anche se a volte esagerando (Abyss Heart sa degli Ufomammut più calmi ma senza avere lo stesso carisma). Da segnalare Post Crucifixion, il momento più eccentrico dell’album grazie all’apporto dell’instancabile sax di Luca Mai degli Zu. (3,5/5) Stefano Ficagna “Poi che ciò che succede ai figli dell’uomo succede anche alla bestie in ogni singola cosa: come gli uni muoiono così muoiono le altre. Si, essi tutti hanno un fiato solo; Di modo che l’uomo non ha preminenza sulla bestia: giacchè tutto è vanità”. Aprendo il digipack di Lowest shared descent dei Dead Elephant leggerete questi versi dal Qoelet, libro presente nell’Antico Testamento della Bibbia cristiana e in quella ebraica. In questa citazione vi è la chiave di ascolto del disco. Qoelet è il libro del contraddittorio del bene e del male. Qoelet è l’uomo che si autointerroga sulla dicotomia uomo-bestia. Come Qoelet è voce di tanti che si uniscono in uno ai limiti della schizofrenia (ovvero la mente divisa) ecco Lowest shared descent scindersi in due parti, in due movimenti sonori e in due volti (come quelli kafkiani della copertina disegnati da Marco Corona). La prima parte è la bestia che dal barrito di un Elefante si dipana in movimenti sussultori di terremoto noise-metal, la voce e la distorsione esplodono nella saturazione senza fine. In brani come Another fuckin word to say we miss you e Introducing my eye, in flames vi è il rumore come sofferenza e dolore dell’accettazione dell’essere carne destinata a marcire, seguendo solo gli istinti primordiali. Il suono è il metal di gruppi come Helmet e Neurosis commistionato ad impeti noise degli Shellac di Steve Albini. Vi è anche la straordinaria partecipazone di Luca Mai (sax degli Zu) in Post Crucifixion. La sorprendente seconda parte è l’uomo epicureo del Qoelet. Il noise cede il passo ad atmosfere doom-psichedeliche, la voce si estingue e gli strumenti inseguono onomatopeicamente la discesa alla stupenda Abyss heart. La tregua nella nebbia di una foresta vietnamita attraversando Black Coffeee breackfast e Clopixol si dissolve in corse hardcore alternate a momenti controfase di stampo stoner in The same breath e The worst & the best. Lowest shared descent è un disco tra il bene e il male, tra l’uomo e la bestia, tra il noise e il metal. Un disco mentale. Un’intensa apocalisse sonora che stritola l’ascoltatore e lo lascia senza difese. Vladimiro Vacca L’intensità sonora che i Dead Elephant sanno gestire con bravura è la chiave di lettura di ‘Lowest Shared Descent’, primo lavoro esteso per la formazione piemontese, che alle spalle ha l’EP ‘Sing The Separation’. I brani prendono avvio (specie i tre posti in apertura) da una base noise rock, che ha negli Unsane i numi tutelari indiscutibili, il che non deve essere interpretato come elemento di svalutazione, anche perché la band sa portare il sound oltre, conducendolo lungo una via evolutiva, che offre un vasto spettro di letture interpretative. Infatti se - ad esempio - ci si addentra nell’esplorazione dei dieci minuti e mezzo di ‘Black Coffee Breakfast’ ci si rende conto che le potenzialità di scrittura ed esecuzione di Dead Elephant comprendono scenari più articolati e manipolati, dove i confini sono meno definiti e si scivola da un genere all’altro con estrema naturalezza. Qui i linguaggi utilizzano idiomi, che includono esplorazioni ambientali opprimenti alternate a kraut rock allo stato solido, narrazioni post rock e apocalissi terrificanti. Oppure nella successiva ‘Abyss Heart’, titolo che non poteva essere più appropriato, dal momento che ci si ritrova catapultati negli abissi più profondi dell’isolazionismo industriale. E quasi seguendo un processo speculare (rispetto alle canzoni iniziali), e osservando le due tracce appena descritte alla stregua di uno snodo centrale, la chiusura è affidata a tre pezzi che presentano maggiori inflessioni sludge e post-core e l’impasto viene reso melmoso e pachidermico. Da notare la presenza di Luca Mai degli Zu ed Eugene Robinson degli Oxbow, ma qualunque sia la forma, quel che non muta è la sostanza, ottimo condensato di articolazioni strumentali figlie di rabbia e ragione. Roberto Michieletto Grande la Robotradio di Stefano Paternoster (per chi se lo ricorda, è stato l’ideatore e curatore della mitica fanzine Equilibrio Precario) che è riuscito a riesumare addirittura i desaparecidos Trumans Water di cui si erano da anni perse le tracce, regalandoci una manciata di canzoni inedite in uno split coi nostri Rosolina Mar (recensione a parte di Etero Genio). A seguire quest’ottimo split arrivano di seguito i nuovi lavori di due agguerritissime band, entrambe raccolte in confezioni pregevoli dalla bellissima grafica che da sole meriterebbero di essere collezionate; […] Non meno avvincente è il nuovo lavoro dei Dead Elephant (già un paio di produzioni all’attivo, tra ufficiali e non), trio che ci riporta di qualche anno indietro, a recuperare sonorità incompromissorie di band quali Dazzling Killmen, Jesus Lizard e i nostrani White Tornado, alternate a momenti di notevole sperimentazione noise; nel corso di tutto il loro “Lowest shared descent” assistiamo così al passaggio dagli ortodossi assalti noise del trittico di apertura introducine my eye, in glames, another fuckin’ world to say “we miss you“, post crucifixion(ci ho sgamato un sax in puro stile Zu) alla dilatata psidechelia in via di collasso di black coffee breakfast, ai desolanti paesaggi sonori della bellissima abyss heart (sembra di assistere allo squarcio sonoro di Kevin Drumm che apriva “Upgrade & Afterlite” dei Gastr Del Sol), nonché all’apertura desert rock di clopixol (che vira in chiave cosmic). L’aver inficiato gli archetipi noise (l’assalto sonico, la voce sofferta in stile Oxbow, la ritmica ossessiva), con elementi perturbativi quali la psidechelia, certo cosmic rock e la sperimentazione chitarristica, ha cancellato di netto le preoccupazioni per una musica di natura derivativa; non è certo questo il caso. Secondo voto ottimo. Alfredo Rastelli Parlano al cervello
ed alle budella questi Dead Elephant, viscerali, psichedelici, rabbiosi,
scuri, claustrofobici, folli quanto basta per ottenere una miscela perfetta
di heavy metal, punk, hardcore, psicadelia... L'elefante è morto, mentre l'uomo elefante urla perché ha paura, è terrorizzato in "Introducing My Eye, In Flames" e ci spinge nel suo mondo troppo buio per essere vero. Il paesaggio lo si può certo immaginare grazie all'artwork di Marco Corona, dove donne inquietanti abbracciano uomini insetto; ebbene si, dovete crederci, ci troviamo tra l'hard e l'heavy con presenze di psichedelia alla Ash Ra Tempel e di post-rock (oltre al noise). "Lowest Shared Descent" è stato masterizzato da Nick Zampiello (Isis, Converge, Unsane...) e si avvale di aiuti consistenti come Luca Mai (Zu) ed Eugene Robinson (Oxbow). "Black Coffee Breakfast" è legata al post-hc, mentre il bordone in crescendo di "Abyss Heart" pone una pausa di mezzo; "Post Crucifixion" è animata e deviata dal sax del nostro Luca Mai, mentre l'altro ospite perfeziona "The Same Breath" allontanandola dal solito metal. Sono ruvidi e viscerali, ma il cervello lo sanno usare benissimo. Ancora mi domando perché queste formazioni non funzionano così bene come all'estero, i Dead Elephant dovrebbero girare anche in Italia. Hank Per dire come suona questo cd bisogna dare un’occhiata ai disegni dell’elegante digipack curati da Marco Corona dal gusto squisitamente maledetto. Se v’inquieta la dolente donna in abito da sera che abbraccia un uomo con il corpo da verme, le due illustrazioni interne non vi faranno dormire: in uno c’è un anziano signore sudato, vagamente somigliante a Bush padre, di fronte ad un pozzo in fiamme (e nel cielo un bambino con un testone e dei denti sgranati); nell’altro un ragazzo nudo, legato con un collare rudimentale stile Abu Ghraib, mangia ad una ciotola vicino alla sua casetta di legno … Insomma, siamo di fronte ad un’opera radicale, di quelle rare nel nostro paese (il power-trio è di Cuneo), del robusto metal noise farcito di elementi psichedelici decisamente innovativi. L’apertura con inquietanti grida di belve feroci “Introducing My Eye, In Flames” è dura e secca quanto basta, mentre nel secondo pezzo, incazzato e senza sconti come lascia intuire l’esplicito titolo “Another Fuckin’ Word to Say We Miss You”, ci sono delle progressioni acide che pian piano si faranno strada nelle restanti tracce del cd, una vera e propria discesa agli inferi per gli amanti del genere (ma non solo …). Dopo l’ascolto di “Lowest Shared Descent”, la nota battuta di Totò “…io sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo”, avrà un nuovo e più profondo significato. L'Alligatore Il Tirreno Sono in tre e arrivano
dalla provincia di Cuneo, si fanno chiamare Dead Elephant e giungono
con “Lowest Shared Descent” al primo album dopo un ep di debutto licenziato
tre anni fa dalla statunitense Unfortunate Miracle. Noise è il loro
verbo, della serie: astenersi perditempo. E se “noise” vuol dire rumore,
allora il muro di suono che Enrico Tauraso (voce e chitarra), Fulvio
Grosso (basso) e Flavio Panero (batteria) sono capaci di edificare è
di quelli che sanno reggere terremoti e cannonate. Ma se “noise” è anche
sintomo d'inquietudine, violenza e catarsi, è soprattutto qui che i
tre fanno pieno centro. Dopo un dittico che parla chiaro sul versante
più canonico dell'aggressione, “Post Crucifixion” è la prima piacevole
sorpresa, una variazione in chiave free-jazz con la collaborazione del
sax di Luca Mai degli Zu. A seguire, i dieci minuti apocalittici di
“Black Coffee Breakfast”, incursione in territori lisergici, e l'ancor
più agghiacciante “Abyss Heart”, il cui titolo dice già tutto di un
suono ambient cupo e lancinante. D'obbligo, infine, citare il crescendo
di “Clopixol”, che porta dritti al vocione di Eugene Robinson degli
Oxbow, ospite di lusso nel superlativo clangore blues di “The Same Breath”.
Un’ode al Walalla
del “sano vandalismo HC-noise” questa che si erge dal Cuneese per mano,
fiele e giugulare dei Dead Elephant, un elefante morto che pesta diabolicamente
su angoscie e distrofismi da Dead Zone, Morbo Area; un elefante in “must”
sonico fautore di una “distruzione di massa ascultante” chiamata Lowest
Shared Descent. Confezione e grafica spettacolare, che induce al feticismo discografico e merita da sola l'acquisto. Dentro, citazioni bibliche e follie vagamente zorniane racchiuse, però, entro schemi tipicamente albiniani. Non solo noise, però. Anzi, molto ma molto di più. Psichedelia malata, free-jazz, post-hardcore, math-rock, fughe desertiche, doom alla Neurosis. "Lowest Shared Descent" è una sorpresa continua. Parole come avanguardia e sperimentazione acquistano davvero un senso dinanzi a lavori simili. Dead Elephant è un gruppo italiano, di Cuneo per la precisione, ma - tocca dirlo - non sembrerebbe. Per la qualità eccelsa dell'interpretazione e per la sterminata vastità delle influenze manipolate. Condividono questa notevole esperienza sonora membri di Oxbow e Zu (il sax è quello di Luca Mai). Nato nel 2004, il
power-trio di Fossano (Cuneo) esordisce l’anno successivo con l’ep “Sing
the Separation”, quattro pezzi penalizzati da una registrazione deficitaria
ma che già mettevano in mostra un potenziale davvero elevato, fatto
di brani capaci di mischiare noise-rock, post-hardcore, ambient e psichedelia. La scena “post”
italiana, forse un po' in ritardo rispetto ad altre nazioni europee,
sta lentamente assumendo una sua ben definita fisionomia. I Dead Elephant
da Cuneo sono una delle espressioni più convincenti ed avvincenti di
questo variegato panorama. Guardano al post-punk dei Black Flag, alle
rifrazioni dei Jesus Lizard, alla trasmutazione metal-core dei Mastodon
(“Introducing My Eye, In Flames”), alla claustrofobica apocalisse dei
Neurosis (“Clopixol”) senza mai peccare in personalità, mantenendo uno
spettro armonico ruvido ed imprevedibile, derivato dallo sludge-core
(vengono in mente i recenti Unearthly Trance). Se ci aggiungiamo poi
che in “Post Crucifixion” si riverbera il mondo contorto e convulso
dei Naked City col sax funambolico di Luca Mai degli Zu a dar man forte,
o che nella successiva “Black Coffee Breakfast” si viene letteralmente
risucchiati in uno spazio siderale vitreo e luccicante, dove la foschia
sembra una ragnatela soffocante, si capirà benissimo che il three-piece
piemontese non la manda di certo a dire. Sviluppato su tortuosi schemi
ritmici, lacerato da una voce caustica e aggressiva quel che basta per
non restare tranquilli, “Lowest Shared Descent” mette in mostra una
formazione che non ha timore nello spezzare l'andatura narrativa del
discorso con frammenti ambientali ed inquietanti (“Abyss Heart”) per
poi ripartire nevrotica ancor più di prima (“The Same Breath” - e qui
c'è Eugene Robinson degli Oxbow a fare il suo cammeo). C'è un che di
malsano tra queste note, si tenta di agitare le braccia ma tutto attorno
è vischioso fango, ed è difficile farsi un varco per raggiungere la
salvifica sponda. Già l'inquietante ed altrettanto affascinante copertina
la dice lunga sulla palpabile tensione che si respira in queste otto
tracce. Lo stridente barrito dell'elefante agonizzante vi farà vibrare
le viscere. (8) Marco Giarratana Che dire... Continua la sua scalata nell’Olimpo del rock duro la RobotRadio. Stavolta il buon Paternoster unisce le forze in metallica joint-venture con un’altra congrega di pazzi, quelli di DonnaBavosa cui dobbiamo ottimi fumetti, musiche e buona dose di autoironia e demistificazione. Risultato dell’unione è il secondo album dei Dead Elephant, terzetto da Cuneo pronto a distruggerci le orecchie in virtù di un suono che rievoca il noise-core dei mid-nineties attualizzato in maniera personale ai canoni del terzo millennio. Suono perciò potentissimo, chitarroso e granitico, come un mix da sfracelli tra gli Unsane degli esordi, i sottovalutati Dazzling Killmen e i Breach espressionisti di It’s Me God. Ma anche instabile e fluttuante, umorale col suo oscillare tra schizofreniche epilessie da hc free-form (in Post Crucifixion, è complice il sax dell’ospite Luca Mai, Zu) e pneumatici vuoti ambientali della parte centrale dell’album, che danno a Lowest Shared Descent un aura altra rispetto ai canonici nomi di riferimento. Black Coffe Breakfast e Abyss Heart lanciano sonde nel futuro possibile di questo trio aprendo squarci di malefica ambient-industrial nordica prossima al collasso e psichedelia agonica e disturbante. Pachidermico verrebbe da dire giocando col nome, ma perfettamente messo a fuoco nel suo essere apocalittico e sottilmente devastante. (7.0/10) Stefano Pifferi Veramente da custodire
con cura questo nuovo lavoro dei Dead Elephant, formazione neurotica
post hardcore italiana che compete a grandi livelli con i gruppi più
blasonati del genere. Nonostante sia praticamente il loro debutto, dopo
l'EP "Sing The Separation" del 2005, il trio si presenta già
prontissimo, dimostrando sul supporto argenteo un'esperienza davvero
invidiabile e una sicurezza ascoltata raramente. Nel giro di relativamente
poco tempo, i Dead Elephant sono diventati una delle band italiane più
quotate. Merito delle infuocate esibizioni live, di influenze mai banali
e di un modo di portare in giro la propria musica meritante rispetto. Che mazzata ragazzi!
Penso che poter parlare di un album come Lowest Shared Descent senza
avere la possibilità di dare subito un ascolto sia molto difficile…siamo
di fronte ad un disco essenzialmente composto da canzoni post hardcore/noise,
ma sono talmente tanti i riferimenti nella musica dei Dead Elephant
che ogni singola traccia potrebbe essere definita con aggettivi diversi.
A comporre questo lavoro sono in tre, Enrico Tauraso alla voce e chitarra,
Fulvio Grosso al basso e voce, e Flavio Panero alla batteria, registrato
presso il Garage Ermetico Leumann di Torino, dopo la pubblicazione del
primo ep ‘Sing The Separation’ nel 2005. Già la copertina e il booklet
che accompagnano il disco, ci catapultano in ambientazioni inquietanti
quanto affascinanti, che di li a poco diverranno i nostri peggiori incubi. If albums could
be sectioned, this one would already have escaped from the hospital
three times to buy drugs and kill animals. The first thing
you really notice about this new album from the Italian trio Dead Elephant
is the intensity of the fuzz, at times it’s like you’re trying to listen
through a wall of impenetrable fog and has you adjusting your sound
levels for the first five or so minutes. As you get further in to the
album though you realise it’s not dodgy sound quality because the quiet
sections are crystal clear, it’s just so full of noise and feedback
that it creates a wall of sound. This album is sheer brilliance, the
type of record you have to turn up to eleven to fully appreciate, and
that’s just how it should be heard; as loud as possible. Stunningly wretched.
A gigantic blast
wave from northern italy. After a couple of aching growls it's the opening
song Introducing my eye, in flames to explode in face (new drummer Sandro
Serra freaks me out), like a beast who becomes a bomb. Think of Unsane,
early Neurosis, maybe Distorted Pomy too (because of certain chatartic
distorted guitars by the amazing singer Enrico Tauraso) and if You're
wondering what is album's inmost aim, the answer is simple: 'it is perfect
to kick everybody in the ass', just to use a Frenchism. - I mean, i
received this CD as a promo, but when i was at the end of track#2, Another
fuckin' word to say we miss you it totally drove me crazy and i felt
like obliged to go and pay 10€ to Robotradio rec to calm dowm my karma,
and that's what i done, shit! It totally deserves my blood. BTW, Dead
Elephant are not newbees, (i read) They can boast of excellent collaborations
with Unfortunate Miracle rec and supporting tours of Capricorns (uk),
Lair of the Minotaur (usa), Joe Lally (Fugazi - usa), Zu (ita), - whose
just Luca Mai plays saxophone on Post crucifixion, moving the axis into
jazz-core for a brief while. It is on Black Coffee Breakfast and Clopixol
that Dead Elephant slowly step through a psychedelic path made of plangent
multi colours and nichilism. On The same breath is Eugene Robinson of
Oxbow to scream out, extreme, shrill and brutal together with the Music.
Cohesive, solid dirty spurious post-hardcore, last track The worst &
the best signs last witness of a ferocity finally consumed. - Last but
not least, - artwork and packaging are really impressive. Around mid ’06 I
heard Sing the Separation by Italy’s Dead Elephant. In fact I was looking
back through all the mixes I’ve done and their song “Clopixol” appeared
on a July mix during the same year. However after that I didn’t really
hear or see much about them, but fast forward to now and apparently
they have a new album out called Lowest Shared Descent which is currently
available now through European labels Robot Radio & Donna Bavosa.
I don’t think there is any US release at this current time, but is planned. www.collective-zine.co.uk Dead Elephant. That’s
a gooood name. Has all sorts of connotations, weight, decay, bad luck,
anti-republican bumper stickers... Very fitting as it turns out. These
Italian’s are making noisy heavy music, of the non-metal variety. It’s
in the ball park of things like noxgat and Unsane at some points, then
at others its much more restrained. Variety, yes that’s the word needed
here. They keep throwing in unexpected twists, like when the saxophone
comes in all skronky on track three, parping it up a storm. Track four
(Black Coffee Breakfast) has a wicked spiralling guitar riff and some
sickeningly slinky bass which kicks my arse up and down the sitting
room for a solid three and a half minutes before someone spikes their
drink with ketamine and it all goes a bit tits up careering into some
sort of epic space drone/bad trip which take the track past the ten
minute mark. After that staggering peak, the second half of the CD seems
to a little restrained in comparison. It’s a little less action packed,
all the faster stuff seems to have been pushed to the front. Abyss Heart
is seven and a half minutes of nothing much at all. The first four tracks
are great though. Really promising and I could see this band having
much better work to come (and kicking out a serious racket in the live
arena). Also worth a mention is the nicely disturbing Charles Burns
esque artwork and the nicely put together digi-pack, which seems to
be a feature of all Robot Radio’s Releases. Graeme Cunningham
Il y a des barrissements qui ne trompent pas. A peine entré dans l’univers sordide des italiens de Dead Elephant on tombe sur les vieux repères noise qui vont bien : un énorme postillonage à la Unsane période Charlie “Action Man” Ondras et une baignade froide en compagnie d’un autre Heroin Man, celui de la pochette du plus grand album des Cherubs. Le chant, gueulard, est emmitouflé dans une épaisse saturation et l’ambiance est suffisamment malsaine pour être digne de tous les singles de Pachinko réunis. Terrible, et on n’en est qu’aux deux premières pistes ! Sur la troisième, c’est Luca Mei de Zu qui intègre son saxo à un instrumental qui ne peut faire penser qu’au meilleur Sweep The Leg Johnny. J’en ai encore les mains moites. Elles auront le temps de sécher sur un Black Coffee Breakfast qui est une succession de changements radicaux de fusil d’épaule : le début, éclairé comme le post-hardcore exessivement poli de la plupart des groupes Hydra Head, se transforme vite en noise-rock grassouillet avant le cassage de gueule, une chute en forme de drone qui dure le temps de quelques minutes. On remonte par la face la plus évidente, à savoir la partie post. Vu, revu et malheureusement jamais corrigé, vous me direz, sauf qu’ici la différence est de taille : pour sa défense, The Dead Elephant ne se sert d’aucune pincette lors de l’exécution. Il n’y a aucun désir de jouer droit, de tout miser sur la pureté du son, sur la lourdeur, la longueur et la répétitivité, non, au contraire, ils y vont comme des sagouins, la batterie se gamelle, tant mieux, on continue, tout pour la spontanéité et c’est réussi, car ce long titre se présente comme une préparation parfaite aux sept minutes de bruit blanc qui suivent. Shit man, tous les styles vont donc y passer ? On est maintenant installé dans un long plan instrumental, prog et psyché à la Acid Mother’s Temple et cette fois-ci mon attention se relâche définitivement... jusqu’à l’arrivée surprise du gros nègre cocufieur et violeur d’enfants. La collaboration devient peu à peu la grande spécialité d’Eugene Robinson (you have just received the treatment, please tell your friends about it.) et après celles avec Strings Of Consciousness, Capricorns et Manatees (j’en oublie... vous m’aiderez dans les commentaires, ok ?) celle-ci – pas comme la vôtre - est de taille. On pourrait presque immédiatement regretter que The Dead Elephant essaie de refaire du Oxbow, justement, et qu’Eugene se retrouve en terrain conquis, mais sans ça peut-être que ce titre furieux ne se serait pas appellé The Same Breath. Je la sens d’ici son haleine fétide, comme s’il me braillait dessus, à deux doigts de ma gueule. Eugene dégage et il ne reste plus qu’un titre pour conclure, The Worst And The Best, qui est la synthèse exacte de ce que je pense de Lowest Shared Descent ; ça ne pouvait décidément pas mieux tomber. Le best, c’est tout le début ultra noise, cradingue et vicieux, ainsi que le titre avec Eugene Robinson et ce beau final. Le worst, c’est la partie centrale qui s’englue dans des contrées un peu trop fréquentées ces temps-ci. Le résultat, c’est que cet amalgame étrange fonctionne malgré tout mieux que bien, car une fois ces huits titres terminés, on ne demande qu’à repartir à la recherche du cimetière pour vérifier qu’un éléphant mort est effectivement un bon éléphant. (9/10) C'est en toute hâte que j'ai déballé ce superbe digipack de la part de Robot Radio records, un label italien coutumier du fait. Leur début avec le CDEP Sing the separation avait marqué mon faible esprit et la suite était attendue avec impatience. Miséricorde ! Un coup d'œil sur la liste des morceaux. Les quatre morceaux du EP figurent sur ce nouvel album. Et ils vont s'avérer exactement dans la même version, ou pratiquement, on va pas chipoter non plus. Ils vont jusqu' à mettre trois d'entre eux dans le même ordre, changeant légèrement le nom des titres. Ca nous fait donc plus que quatre inédits. L'éléphant accouche d'une souris. Et encore heureux que je ne me suis pas procuré le représsage de ce maxi par le label américain en 2006, Unfortunate Miracle, puisque un cinquième titre bonus avait été rajouté, The worst and the best, que l'on retrouve également sur cet album. Cela fait donc que trois vrais inédits. Dead Elephant ne s'est pas foulé le poignet et on se demande pourquoi ils nous ressortent quasiment les mêmes plats à un an d'intervalle… Bref, rabattons nous sur la viande fraîche. Pour notre salut, ils ont privilégié leur face noise-rock saignante. Outre donc Another fuckin' word to say we miss you qui comportait à l'origine les trois mots Death is just en début de titre, soit 2 minutes 20 de pure jouissance noise-rock urgente qui a tout pour devenir un classique, les trois italiens de Dead Elephant invite Luca Mei, le saxo de Zu, sur l'instrumental Post Crucifixion (morceau qu'ils jouent live mais sans le saxo). Là encore, deux minutes bien frappées et déstructurées juste ce qu'il faut. Autre invité de marque, Eugene Robinson, chanteur de Oxbow et roi de la collaboration (en plus de la baston). The Same Breath est du même souffle qu'un excellent Oxbow. Du pain béni pour Eugene et surtout pour nous. Enfin, les titres d'ouverture et de clôture sont d'excellents exutoires pleins de fiel et de rage, dans une lignée Unsane en plus boueux et pervers. Si tout l'album avait été ainsi, The Dead Elephant aurait été sanctifié sur le champ. Hélas, la mauvaise idée, c'était de refourguer en plein milieu de l'album les trois morceaux du EP où l'ambiance compte plus que l'action. Si sur le maxi, ça fonctionnait bien, sur l'album, ça casse toute la machine infernale. Passe encore les dix minutes de Black coffee breakfast (qui a perdu son at en passant avant le breakfast) et son long passage trop ambiant puisque l'intro est bien cinglante et que le final réveillerait un mort. Mais Abyss (of my) heart et Clopixol apparaissent bien mornes et comme ces trois morceaux représentent vingt-deux minutes de l'album, soit plus de la moitié du disque, ça vous donne un drôle de goût amer. Espérons que pour le futur, les Italiens privilégient la face énergique de leur double personnalité car pour ça, ce sont des bêtes. Secousse sismique,
nuage brulant de terre rouge, la hargne pendue aux lèvres, le trio transalpin
déboule comme un troupeau enragé dont la charge est annoncée par un
barrissement introductif qui crache la mort à la gueule. Amalgamant
avec aisance et digérant sans trouble le meilleur de la scène noise
hardcore 90's, pensez Unsane pour cette base rythmique implacable et
Cherubs pour l'atmosphère décadente, Dead Elephant se taille avec ce
premier album une place d'honneur bien méritée à grands coups de lattes
assourdissants et de râles vindicatifs.Soutenu par une production saturée
qui colle parfaitement au sujet, Lowest Shared Descent macère dans une
atmosphère malsaine et crade qui pointe d'emblé le désir des italiens
de jouer dans les travers. Une basse retentissante qui fait écho dans
la poitrine, une guitare criarde et aiguisée coupant le souffle à chacune
de ses poussées, puis ce jeu de batterie à clouer au sol une armée de
saltimbanques amateurs de tecktonik sont là pour rappeler d'ou viennent
les gaziers mais aussi pour montrer là ou ils vont. C'est ainsi que
les deux premiers titres agrippent fermement la gorge et posent immédiatement
les bases du jeu de Dead Elephant : une approche totalement libre, recoupant
et regroupant les styles, motorisée par une énergie punk inébranlable. Ces italiens ont tout compris. Après leur passage en France, nombreux les ont comparé à Unsane… Et il est vrai que le groupe évolue dans les mêmes déferlantes noise malsaine. Mais sur disque, les italiens arrivent à livrer une noise aussi viscérale que fine. Une noise aux influences bien plus multiples qu'il n'y parait. Je sais, ça ne saute pas aux yeux aux premières notes, mais c'est ce qui fait pourtant toute la différence. Derrière la violence étouffante de leur musique, le trio développe une énergie plus incisive et des passages plus planants. On est sous le charme de ces guitares qui partent de gros riffs noise pour aller vers les aiguës avant de revenir sur des arpèges étranges (OK, la recette est connue, mais ce qu'elle est bonne quand elle est maîtrisée)… Après deux premiers titres plus classiques qui raviront les fans de noise primitive (même si le second montre déjà des réminiscences kraut sur la fin), le groupe s'échappe rapidement d'un carcan trop serré pour ses capacités. Dès le troisième titre, les guitares développent d'autres schémas pendant que le saxophoniste de Zu (des compatriotes), invité pour l'occasion, apporte quelques notes free. On atteint des sommets sur "Black Coffe Breakfast", et son approche plus émotionnelle (tanpis pour les puristes ennuyeux). Le chant du début de ce titre me renvoie même à l'agressivité d'Universal Order of Armaggedon. On est à peine au milieu de l'album quand Dead Elephant impose un long break planant (quatre bonnes minutes) avant de revenir finir son morceau. Ambiance qui reviendra hanté le morceau suivant. On ne fait pas peur qu'avec des amplis poussés à fond. Dead Elephant le savent, et maîtrisent les à côtés. C'est un peu long, mais cet "Abyss Heart" cinquième morceau) montre une influence indus parfaitement digérée. On reprend vie doucement avec le très heavy "Clopixol" (peut-être un peu moins convaincant). Et c'est enfin l'excellent "The Same Breath" chanté par le très reconnaissable Eugène Robinson (Oxbow). Pas de soucis, le trio est à la hauteur de l'invité, peut-être trop, mais ça fonctionne si bien ; il y a du Oxbow là-dedans, certes avec moins de finesse que sur leur dernier album, mais tout de même. Là encore, les italiens arrivent à tout associer : la finesse, la puissance, la lourdeur, l'émotion et la violence. Excellent. Puis l'album se conclut avec un "The Worst & The Best" qui se permet même un passage délicat avant de venir mourir dans un buzz malsain. Dans le style, Dead Elephant viennent de frapper très fort, et ce n'est la pochette, tout simplement mortelle qui viendra faire croire le contraire. (mg) De nouveau la coprod
se défend bien. L'ITALIE est gentille, elle envoie la bonne parole.
Ce disque parle un langage que je comprends fort bien. De la bonne Noise
qui fend l'oreille, du bavant, UNSANE, JESUS LIZARD, DAZZLING KILLMEN
avec un quelque chose en CORE la dedans (« BOTCH » pour qui parle francais...).
Tout a déjà été écrit, ce disque se mange à la petite cuillère, possède
en lui cette énergie qui aime s'évader. Le concert m'a juste plus, le
disque m'a fait tourner de l'oeil... Bon après, c'est pas une musique
très dérangeante, ca reste très codé mais c'est super bien produit et
très bien ficelé. Ca ne dérangera personne dans le petit monde de la
Noise et c'est juste en en çà que c'est dommage. Mais même en tant que
président de l'association des « Jamais satisfait de rien » (JSDR),
je poinconne et je crie au bon disque. Parait qu'ils vont collaborer
avec EUGENE d'OXBOW ROBINSON et avec gros saxo de ZU alias Luca MAI...
Suivons donc leurs bons goûts... Erwan Furioser, experimenteller, noisiger Hardcore, der von schrägen Hooks, über wahnsinnige Stimmbeiträge und abgefahrenen Klangtexturen, bis hin zu tatsächlich melodisch-harmonischen Passagen alles zu bieten hat. Die Stücke des italienische Trios DEAD ELEPHANTS basieren zum größten Teil auf wahnwitzigen DISTORTION-Orgien, atonalem Krach und in Form von Feedback um Gnade winselnden Amps. Dazu gesellen sich immer wieder post-apokalyptisch wirkende Ambient-Passagen, Psychedelic- und Doom-Versatzstücke sowie elektronische Klangkaskaden. Den Jungs gelingt es dabei auf vorzüglicher Art ihre Eigenwilligkeit mit eingängigen Strukturen zu kombinieren, so dass "Lowest Shared Descent" bei aller Schrägheit nie in Gefahr gerät in die Unhörbarkeitsecke abzudriften. Dazu passend das düstere, schlichte Artwork der edlen CD-Verpackung. Außerdem gibt es zwei interessante Gastbeiträge: dem Song "The same breath" leiht Eugene Robinson (OXBOW) seine Stimme und in "Post crucifixion" ist eine abgedrehte Sax-Partie von Luca Mai (ZU) zu hören. Das Album ist in jeder Hinsicht unwahrscheinlich vielschichtig und umfangreich, dabei in sich aber komplett stimmig. Hörer mit starken Nerven, die offen sind, sich auf nicht Alltägliches einzulassen, werden in "Lowest Shared Descent" ein wirklich atemberaubendes Werk entdecken können. Das Album fesselt und wächst mit jedem Hördurchgang. Konstantin Hanke Eine etwas härtere Band mit kraftvollem Hardcore für das italienische Label Robot Radio sind Dead Elephant. Mit tiefer gestimmten und verzerrt-noisigen Gitarrenwänden spielen sie rauen, groovig-düsteren Hardcore mit gutem Shooter und extrem verzerrtem Knarz-Bass. Hat was Noise-Rock mäßiges und klingt ganz schön brachial. Hin und wieder wird der Sound um einige psychedelisch-künstlerische Elemente bereichert und ein Verwirrungeffekt stellt sich ein, wenn bei diesem schweren Hardcore plötzlich ein Saxophon jazzige schrille Klänge spielt, die an Freejazz erinnern. Wahnsinnig gut. Wieder – wie auch bei den Labelkollegen Lucertulas ist gerade der Opener nicht unbedingt repräsentativ für die Band. Seltsam. Das Trio stammt aus Norditalen und dies ist ihr zweiter, sehr gelungener Output. Bitte viel mehr hiervon! Das muss Live eine Bombe sein und das Cover ist im schönen Comic Artwork und als Digipack liebevoll gestaltet. (andreas) Desde Donnabavosa nos sorprenden nuevamente con este disco de Dead Elephant, coeditado con Robot Radio Records, otro sello italiano que es "viejo" conocido de este webzine. Tras debutar en 2006 con el ep titulado "Sing the separation" publicado por el sello estadounidense Unfortunate Miracle Records, este poderoso trío de Cuneo vuelve con "Lowest Shared Descent", su primer largo, en el que dan rienda suelta a una auténtica avalancha sonora, en la que se unen lo agónico y ruidoso del sonido de grupos como Unsane o Neurosis con lo atmosférico y psicodélico del rock más experimental. Ocho cortes, entre los que hay hueco para el metal, el noise, el rock industrial e incluso el post rock, componen este álbum de los italianos, en el que han colaborado Luca Mai (saxofonista de Zu) y Eugene Robinson (cantante de Oxbow). La edición europea en vinilo corre a cargo de los sellos italianos Cynic Lab Records, Tumorati di Dio Records, Noise Cult Records y Holidays Records, junto a Gaffer Records de Francia. Mientras tanto, en Estados Unidos el disco sale, con portada de distinto color, a través de Forgotten Empire Records en cd y a través de Knvbi Records en vinilo. (4/5) Alfonso Desde la vecina
Italia, país infamemente famoso en el mundo del metal por sus bandas
de Power Metal épico la década pasado, nos llega este trabajo de pura
esquizofrenia sonora. No soy un gran conocedor de underground de ese
país, pero conozco la existencia de alguna que otra banda que, sin miedo
a experimentar, han dado trabajos de una gran calidad (se me vienen
a la cabeza Ephel Duath o Ufomammut).
Severoitalské trio Dead Elephant funguje od roku 2004. Od té doby stihlo vydat debutové EP Sing The Separation (2005) a zahrát si se Zu (kteří za měsíc představí v Praze po boku Mike Pattona), Lair of the Minotaur, Joe Lallym (Fugazi). Že jsou Dead Elephant kapelou ambiciózní, dokazuje i výběr hostů na prvním dlouhohrajícím albu. Saxofonista italských Zu Luca Mai a démonický vokalista amerických Oxbow Eugene Robinson dodávají nahrávce alternativní lesk. Hudba Dead Elephant vychází stejně tak z noise, hardcore i post metalu. Všechny tyto vlivy se průběžně střetávají na osmiskladbové nahrávce. Počínaje metalovým otvírákem Introducing My Eye, In Flames, ambientní Black Coffee Breakfast, drone metalovým trackem Abyss Heart až po isisovským odkazem naplněnou dvojicí skladeb Clopixol a The Same Breath. Vedle toho Dead Elephant přiznávají i vliv krautockových Ash Ra Tempel, elektronických průkopníků Cluster a industrialu. (70%) Pavel FFF Sajfert
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